Dopo il Covid c’è sicuramente una novità: l’Italia non è più il grande malato d’Europa, siamo tornati a essere il fanalino di coda ma anche gli altri paesi non sembrano godere di ottima salute, la Germania in particolare non se la passa per nulla bene. Non è però il caso di dire mal comune mezzo gaudio, l’economia europea è chiamata a fronteggiare uno scenario difficile nei prossimi anni con un assetto geopolitico ancora da definire, un passaggio che rischia di avere forti ripercussioni sull’economia europea che è in mezzo tra i due contendenti forti (Stati Uniti e Cina) e dipende da ambedue per motivi diversi, principalmente sicurezza e tecnologia nel primo caso e commercio internazionale sia import che export nel secondo.
Le previsioni per il 2025 sono di una crescita dell’area dell’euro più contenuta rispetto a quanto previsto qualche mese fa. Se prendiamo a riferimento le previsioni della BCE abbiamo: 1.1, 1.4 e 1.3%, rispettivamente nel 2025, 26, 27. Le revisioni al ribasso rispetto a settembre riflettono un minor contributo degli investimenti e delle esportazioni nette che darebbero un contributo alla crescita pari a -0.2% nel 2025 e positivo, ma minimo (appena 0.1%), nel 2026 e nel 2027. La ragione sarebbe da ricercare nella bassa competitività dell’economia Europea.
Cresciamo poco in quanto non siamo competitivi a livello internazionale. Un fatto che non è nuovo per il nostro paese, non è però più solo l’Italia a non crescere, è tutto il continente. Un fenomeno che ha preso piede negli ultimi venti anni. Se compariamo il reddito nazionale pro capite nell’Unione Europea a quello degli Stati Uniti, scopriamo che la forbice si era ridotta significativamente nei primi anni del nuovo secolo. Dopo il 2005, si è andata ampliando e oggi è pari quasi al 30%. Un declino che colpisce tutti i settori produttivi e che trova la sua origine nella bassa produttività totale dei fattori. Un indicatore che riguarda l’efficienza del sistema economico e ricomprende tutto un insieme di fattori materiali e immateriali a cominciare dal funzionamento dei mercati, delle istituzioni e della qualità del capitale umano. La produttività in Europa è stata stagnante dal 2005 ad oggi mentre è cresciuta del 40% negli Stati Uniti.
Si potrebbe obiettare che il dato è falsato dalla bolla delle nuove tecnologie che riguarda gli Stati Uniti e non l’Europa. Può essere che l’intelligenza artificiale non manterrà le aspettative che molti si aspettano sulle sue ricadute per l’economia, ma il differenziale di produttività colpisce in realtà tutte le imprese sia quelle tradizionali (in misura leggermente minore) che quelle legate alle nuove tecnologie. Secondo molte analisi, tra cui quelle del Fondo Monetario Internazionale, l’origine di questo differenziale sarebbe da ricercare nella minore vitalità del nostro sistema produttivo sia in termini di nuove imprese che di crescita delle stesse.
Si tratta di un vecchio problema, tipico del sistema produttivo italiano che adesso però riguarda l’intera economia europea se messa a confronto con quella americana. Il Rapporto Draghi fornisce una diagnosi simile, il Fondo Monetario individua tre fattori determinanti per spiegare il fenomeno.
In primo luogo, una dimensione ristretta del mercato europeo che porta ad avere aziende più piccole in Europa rispetto agli Stati Uniti e – un aspetto strettamente legato alla dimensione aziendale – minori investimenti in ricerca e sviluppo (10% delle aziende statunitensi specializzate in alta tecnologia contro il 4% di quelle europee).
Il secondo aspetto riguarda l’utilizzo di capitale di rischio (azioni piuttosto che debito) per finanziare le attività economiche. L’Europa è storicamente un’economia bancocentrica, le aziende si finanziano principalmente tramite debito e azioni non quotate in borsa, negli Stati uniti invece è assai frequente il ricorso il finanziamento tramite azioni quotate. Può sembrare una differenza di poco conto e invece gioca un ruolo cruciale per finanziare progetti innovativi che spesso non sono associati a beni o immobili da portare in garanzia per avere un finanziamento da un istituto di credito. E anche se fonti di finanziamento alternative al credito bancario e alla borsa stanno prendendo piede anche in Europa – come nel caso del private equity – i fondi presentano una minore attenzione alle nuove aziende (venture capital) prediligendo aziende più mature in fase di sviluppo o che debbono curare il passaggio generazionale. Detto in altri termini, è più difficile farsi finanziare una idea innovativa in Europa piuttosto che negli Stati Uniti.
Infine, l’Europa è a corto di lavoratori con competenze adeguate per fronteggiare le sfide dell’innovazione tecnologica.
Non si tratta di problemi nuovi, sono problemi che affliggono l’economia europea da almeno quaranta anni, eppure il divario con gli Stati Uniti non è sempre stato così ampio. Le proposte per ovviare a questi problemi sono state avanzate e sono anche state messe in atto: integrazione dei mercati, mercato unico dei capitali, fondi pubblici e incentivi a quelli privati per la ricerca. Eppure, si stenta a vedere i benefici di queste azioni. La ragione è forse da ricercare anche nel basso coordinamento a livello europeo con ciascun paese che pensa a mettere in campo la propria strategia per la crescita. Sempre Il Fondo Monetario, in un recente studio, punta il dito proprio sulla mancanza di coordinamento tra le politiche industriali europee: sussidi alla produzione adottati unilateralmente da un paese portano un beneficio negativo a livello di Unione Europea, un coordinamento può invece portare a un effetto positivo.
Il problema della competitività europea ha molti ingredienti, uno sicuramente è rappresentato dalle risorse che non possono che provenire dall’emissione di eurobond, l’altro è il coordinamento delle politiche. Tanto per chiarire il punto: l’industria europea dell’auto non si salva con i paesi europei che si fanno concorrenza tra loro a suon di incentivi e sussidi, stesso discorso per la ricorsa all’intelligenza artificiale. Solo una politica industriale coordinata a livello europeo può sortire effetto. Purtroppo, l’agenda della Commissione Europea non sembra lasciare molto spazio a questo tema.
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