Morire di malasanità: il sistema emergenza-urgenza in Calabria è al collasso
di Federica Pennelli
Fonte: Domani
Le mobilitazioni dei comitati cittadini puntano il dito sulla “gestione criminale” delle strutture sanitarie e protestano contro i tagli dovuti alla riorganizzazione ospedaliera. Vittoria Morrone, attivista del collettivo Fem.In di Cosenza: «I piccoli ospedali, che rappresentavano un punto di riferimento, sono stati prima depotenziati e poi chiusi. Come anche i consultori». Un medico del 118: «I tempi di trasferimento allungano la presa in carico e i pazienti possono rischiare la vita nel trasporto».
A gennaio 2025, in Calabria, tre persone sono morte a causa della mancata attivazione dei servizi di emergenza e urgenza nelle aree periferiche di Cosenza.
A Trebisacce un uomo di 62 anni è morto dopo aver atteso per due ore i soccorsi, a Praia a Mare e a San Giovanni in Fiore due giovani uomini sono deceduti perché le ambulanze sono accorse senza staff medico. I comitati cittadini che si battono per il diritto alla salute e contro la chiusura dei presidi ospedaliere nelle aree periferiche, hanno manifestato sotto l’Asp di Cosenza il 4 febbraio, per chiedere una riforma del settore dell’emergenza-urgenza.
Ma il problema della sanità commissariata in Calabria è strutturale. E in provincia di Cosenza, i tagli e le cosiddette “razionalizzazioni” fanno ricadere sugli operatori sanitari dell’ospedale del capoluogo tutto il carico di lavoro e responsabilità.
Salute pubblica cercasi
Vittoria Morrone, attivista del collettivo Fem.In di Cosenza, racconta a Domani che il tema della salute pubblica in Calabria è sempre attuale e non c’è la possibilità di abbassare la guardia: «I disservizi sono all’ordine del giorno sul piano dell’emergenza urgenza che causa tragedie e anche in termini di prevenzione e cure ospedaliere che latitano» per cui, chi può permetterselo, si sposta verso la sanità privata.
La Calabria, che segue il modello Lombardia nella crescente privatizzazione del sistema salute, «è un territorio in cui le cliniche private crescono e si moltiplicano. Una sanità che non funziona a nessun livello, dall’emergenza urgenza alle cure oncologiche. Il tasso di persone che per cure oncologiche si spostano al centro-nord è altissimo».
Rispetto ai requisiti Lea (Livelli essenziali di assistenza), la regione è ancora inadempiente. La situazione, per Morrone, è drammatica e l’ultima delle tre morti, quella di Serafino Congi, è stata una scintilla: «Ha toccato il cuore di un territorio che dal punto di vista sanitario è stato sempre molto svantaggiato e che ha visto, con la riorganizzazione della rete ospedaliera per il piano di rientro in cui siamo da 13 anni, chiudere numerosi ospedali». Continuano ad esserci morti, soprattutto nelle zone periferiche della Calabria, perché «non arrivano le ambulanze o perché l’ambulanza non ha il medico a bordo. La gente pretende chiarezza».
Un depauperamento continuo della sanità pubblica che ha degli effetti devastanti: ci possono volere anche due ore, dalle zone periferiche, per raggiungere il pronto soccorso di Cosenza. Morrone spiega a Domani: «La provincia di Cosenza è una delle più estese d’Italia da un punto di vista di superficie ed è caratterizzata da infrastrutture carenti e, da un punto di vista geografico, è circondato da catene montuose difficili da raggiungere». Nel momento in cui ci è stata la riorganizzazione della rete ospedaliera «i piccoli ospedali, che rappresentavano un punto di riferimento, sono stati prima depotenziati e poi chiusi. Come anche i consultori».
La crisi del sistema
Il dottor P.M., medico rianimatore d’emergenza dell’ospedale di Cosenza, racconta a Domani che il primo problema del sistema di emergenza urgenza è «la carenza di personale medico e infermieristico. Molte autoambulanze operano senza la loro presenza».
Ci sono poi i problemi legati al sovraccarico dei Pronto soccorso (Ps) e le difficoltà nel trasferimento dei pazienti: «L’ultimo episodio di San Giovanni in Fiore è frutto di questa incapacità di riuscire ad avere un’ambulanza medicalizzata per trasferirlo nell’hub di Cosenza».
In una patologia tempo dipendente, come quella dell’infarto, «ha pesato tantissimo la questione dei tempi di organizzazione del soccorso. Queste patologie hanno bisogno di una emodinamica che gli ospedali periferici non hanno a disposizione».
Nell’hub di Cosenza, spiega il medico, convergono le patologie gravi da tutti gli altri ospedali periferici che non hanno quelle specialità al loro interno e «questo provoca un blocco nell’ospedale di Cosenza con grandi attese da parte delle ambulanze che arrivano e devono sostare con il paziente a bordo per molto tempo in attesa che possa esserci l’accettazione in Ps, perché quest’ultimo è intasato».
La rete ospedaliera, per il dottor P.M., è stata «mortificata con il piano di rientro che ha sacrificato il Ps e i presidi periferici. Hanno chiuso ospedali e sono stati aboliti alcuni reparti che potevano fungere da possibilità di posti letto».
Il 118, nel tempo, è riuscito con grande fatica a garantire la telecardiologia nelle ambulanze di Cosenza: «C’è un monitor direttamente collegato con le unità di terapia intensiva cardiologica in tempo reale e avvia le procedure per accelerare i tempi di presa in carico». Per la provincia di Cosenza, però, «occorrerebbero circa 180 medici per coprire h24 le postazioni del 118, a fronte di un numero assolutamente inferiore, intorno agli 80». In un turno mattutino in tutta la provincia ci sono solo 3 ambulanze con a bordo un medico: «Dovrebbero far fronte a tutte le richieste dei codici rossi e ovviamente non riescono».
Quindi devono intervenire altre ambulanze: «Se si è fortunati a bordo ci sono degli infermieri, ma in tanti casi ci sono solo gli operatori che possono solo caricare il paziente e portarlo all’ospedale più vicino, che spesso non è l’ospedale più idoneo». Così, il paziente riceve un secondo trasferimento ,«da quell’ospedale all’hub di Cosenza, ma i tempi di trasferimento allungano la presa in carico e i pazienti possono rischiare la vita nel trasporto».
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