«Gli Usa vanno coinvolti, no al formato anti-Donald»


dal nostro inviato

PARIGI – Toccata e fuga. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni arriva in ritardo al vertice all’Eliseo voluto da Emmanuel Macron per tentare di sfilare l’Europa dall’angolo. Alle 16.10 il presidente francese, reduce da una telefonata con Donald Trump, dà il via alle danze e apre il summit, la Guardia repubblicana a stretto giro smonta il picchetto d’onore.

I giornalisti assiepati in cortile cercano i colleghi italiani: «Meloni ne vient pas? Est elle restée en Italie?», la domanda che rimbalza di bocca in bocca. Dentro, nella stanza oro che ospita il vertice, la sua sedia resta vuota per 43 lunghissimi minuti. Il ritardo, a sentire il suo staff, è legato alla conferenza dei questori e prefetti di Italia avuta in tarda mattinata, per lei appuntamento irrinunciabile e anticipato di un paio di ore per non mancare al vertice.

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Ma se a pensar male si fa peccato certe volte ci si azzecca, devono aver maliziato i leader riuniti attorno al tavolo. Perché quando la premier italiana arriva gela i presenti, glaciale come il vento che sferza Parigi. Nel mirino soprattutto il Presidente francese, “reo” di aver organizzato un summit per pochi – otto Paesi più i vertici europei – lasciando fuori tutti gli altri, compresi i paesi baltici e la Finlandia che con la Russia confinano. Esclusi anche – e probabilmente non a caso – l’Ungheria di Viktor Orbàn e lo slovacco Viktor Fico, che certo non avrebbero fatto mancare il loro dissenso, punti di vista fuori dal coro e vicini alle istanze di Mosca.

Il primo affondo di Meloni riguarda proprio la scelta di Macron. «Le conversazioni che abbiamo avuto oggi qui a Parigi sono interlocutorie, e non potrebbe essere altrimenti considerato il formato», punge la premier, lasciando intendere di essere presente solo per non far mancare al tavolo il punto di vista dell’Italia. Sbagliato, punta dunque il dito, lasciare fuori molte Nazioni, «a partire da quelle più esposte al rischio di estensione del conflitto». Anche perché, rimarca Meloni puntando gli occhi su Macron, «la guerra in Ucraina l’abbiamo pagata tutti». Non solo. La premier dice con chiarezza che non è contro l’America del tycoon che intende schierarsi: «Questo non è un formato anti-Trump, tutt’altro. Gli Stati Uniti lavorano a giungere ad una pace in Ucraina e noi dobbiamo fare la nostra parte».

A poche ore dall’incontro a Riad della delegazione statunitense con quella russa – con l’Ucraina e l’Ue tagliate fuori – Meloni si sofferma sulla questione che giudica «centrale», ovvero le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, «perché senza queste ogni negoziato rischia di fallire». Prima di lei, il Cancelliere Olaf Scholz si era detto contrario all’invio di truppe europee. Ma al tavolo sono molti a spingere per “boots on the ground”. Macron e Starmer solo per fare due nomi. La premier reputa il dispiegamento di soldati europei in Ucraina tre le ipotesi «più complesse e forse la meno efficace». Per lei, vanno esplorate altre strade, tenendo l’America dentro «perché è nel contesto euro-atlantico che si fonda la sicurezza europea e americana».

LE PAROLE DI VANCE
La presidente del Consiglio sa bene che il problema per Bruxelles ha un nome e un cognome, Donald Trump. E che le lezioni all’Europa impartite dal suo vice JD Vance hanno provocato uno tsunami nel Vecchio Continente. Ma ricorda agli altri leader al tavolo che «la sferzata» dell’attuale Amministrazione americana sul ruolo dell’Europa non dista molto da «analoghe considerazioni» fatte in passato da «importanti personalità europee». Per lei si tratta di «una sfida per essere più concreti e concentrarsi sulle cose davvero importanti, come la necessità di difendere la nostra sicurezza a 360 gradi», vale a dire confini, cittadini e sistema produttivo. «Non dobbiamo chiederci cosa gli americani possono fare per noi, ma cosa noi dobbiamo fare per noi stessi», aggiunge parafrasando John Fitzgerald Kennedy. Ma è quando si sofferma sull’attacco di Vance che l’aria attorno al tavolo si fa irrespirabile. Con la premier danese Mette Frederiksen – inpegnata a frenare gli appetiti di Trump sulla Groenlandia – che diventa paonazza. Meloni dice di condividere «il senso della parole» del numero due della Casa Bianca: «Ho espresso concetti simili da molto tempo – ricorda -. Ancora prima di garantire la sicurezza in Europa, è necessario sapere che cosa stiamo difendendo». Le distanze a quel punto appaiono siderali, a certificarle anche le foto scattare a summit in corso: ritraggono Meloni scura in volto, seduta tra il primo ministro olandese Dick Shoof e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Quando, dopo circa due ore, Meloni lascia l’Eliseo, la diretta tv sul canale di Palazzo Chigi viene attivata ma resta silente. La premier accenna un saluto ma tira dritto e dribbla i cronisti che l’hanno attesa al gelo nel cortile del palazzo presidenziale.

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