L’elezione di Trump ha svelato quello che era già nei fatti da tempo: con gli Stati Uniti in ritirata dagli scenari internazionali, si va formando un nuovo ordine globale, nel quale alcune potenze considerate “medie” oppure “emergenti” potranno ritagliarsi un ruolo sempre maggiore, soprattutto su dossier specifici o per le proprie aree di influenza. Ne è un esempio la Turchia, al centro di un incontro organizzato dall’ambasciata turca e dalla presidenza della comunicazione di Ankara. Il titolo scelto (“Un mondo più equo e possibile”) non è ovviamente casuale: è lo stesso di un libro del presidente turco Erdogan (non tradotto in italiano) che spiega il suo slogan “il mondo è più grande di 5 Paesi”, riferito allo status dei membri del consiglio di sicurezza dell’Onu con potere di veto: Cina, Russia, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna.
Il nuovo scenario
E infatti «la crisi del multilateralismo trova la sua massima espressione nell’Onu» spiega Valeria Giannotta, direttrice scientifica dell’Osservatorio sulla Turchia di Cespi (Centro studi di politica internazionale). Una crisi «che si è aggravata ulteriormente nelle ultime settimane con la nuova amministrazione americana» targata Trump. Di fronte a questo scenario, l’Italia non può avere «un atteggiamento rinunciatario che ci condannerebbe a una subordinazione rispetto ai nuovi cosiddetti “imperatori”». Questi i rischi di un potenziale “liberi tutti”. Giannotta ripercorre alcuni eventi: dall’invasione di Mosca ai danni dell’Ucraina (tra poco saranno tre anni) alla «proposta di Trump di trasformare la Striscia di Gaza in una riviera del Medio Oriente, dopo averla svuotata dei suoi abitanti palestinesi, contro il principio di autodeterminazione dei popoli». Atti di fronte ai quali «gli Stati che continuano a condividere i valori delle Nazioni Unite, e sono la maggioranza, devono reagire senza nessun cedimento». Mentre per Massimo Khairallah (direttore delle relazioni internazionali di Med-Or) «la Turchia in questo scenario sta aumentando la capacità di cooperazione bilaterale tra i vari Paesi, in modo che poi diventi una cooperazione trilaterale in altre sedi. E da lì una cooperazione multilaterale in sedi ancora più grandi».
Il ruolo dell’Unione Europa
Proprio l’Europa negli ultimi tre anni si è trovata «a far fronte a una grande minaccia, quella guerra russo-ucraina» con le conseguenze che ne sono derivate, anche «dal punto di vista energetico». Da qui «la necessità di elaborare politiche efficaci in questo contesto internazionale» nel quale ci sono «potenze emergenti che possono giocare un ruolo, come la Turchia» ricordando ad esempio i «primi tavoli di mediazione nel 2022», poi falliti.
Insomma, conclude con un bilancio amaro l’ex ambasciatore italiano ad Ankara Carlo Marsili, «la mia generazione è cresciuta in un mondo relativamente più tranquillo con due blocchi». Ma dopo la fine dell’Urss, come Paesi occidentali «non siamo riusciti a espandere le nostre convinzioni nel resto del mondo». Questo «lo abbiamo visto nel conflitto russo-ucraino: non è che Cina, India, tutta l’Africa, il mondo arabo oppure ancora la Turchia abbiano adottato la nostra visione di aggredito e aggressore».
Il bilanciamento
Ankara ad esempio «ha scelto una politica di bilanciamento, non applicando le sanzioni alla Russia ma sostenendo l’Ucraina». Ora, di fronte alla nuova amministrazione Trump e al recente discorso del suo vice Jd Vance a Monaco (che ha accusato in sostanza l’Ue di aver «perso i suoi valori») «l’Europa deve trarre delle conclusioni. Ma quale Europa? Il governo tedesco fra pochi giorni probabilmente cambierà per via delle elezioni, Macron lascerà l’Eliseo tra un anno e mezzo, del premier britannico Starmer nessuno o quasi ricorda il nome. Nemmeno sulla questione palestinese l’Europa si trova unita. La Turchia ha preso una posizione chiara su Gaza, i Paesi europei no».
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