Il boia libico e lo spyware, i casi corrono in parallelo


I casi Elmasry e Paragon corrono ormai in parallelo: un po’ perché il governo è in netta difficoltà a fornire spiegazioni convincenti su entrambe le vicende e un po’ perché sullo sfondo sembra esserci sempre la stessa cosa. Cioè lo stesso paese: la Libia, con cui l’Italia ha un accordo dal 2017 sulla gestione dei flussi migratori e diversi interessi sul fronte energetico. «Apriamo una discussione», è l’invito a Giorgia Meloni del portavocee di Mediterranea Luca Casarini, oggetto insieme ad altri esponenti dell’ong e al direttore di Fanpage Francesco Cancellato di un attacco a base di spyware di ultima generazione non si sa da parte di chi né perché. «Noi purtroppo – ha detto ancora Casarini da Napoli, mentre al porto era in arrivo una nave con a bordo 41 migranti provenienti proprio dalla Libia – abbiamo boss che girano per l’Europa tranquilli e che poi vengono riportati a casa pure con un volo di Stato, abbiamo esponenti di milizie libiche e non solo. Non si può chiudere tutto al Copasir».

DA IERI, inoltre, c’è un nuovo documento su Elmasry nel fascicolo inviato dalla procura di Roma al tribunale dei ministri, che dovrà decidere se archiviare o meno l’indagine per favoreggiamento e peculato aperta dalla procura di Roma sulla premier Meloni, il sottosegretario Mantovano e i ministri Nordio e Piantedosi a seguito di un esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti. Si tratta della denuncia presentata, attraverso l’avvocato Francesco Romeo, da Lam Magok Biel Ruei, cittadino sudanese che sostiene di essere «vittima e testimone» delle atrocità del capo della polizia giudiziaria libica e che ha puntato il dito contro il governo che ne avrebbe favorito la fuga, nonostante ci fossero tutti gli elementi per dare esecuzione al mandato d’arresto della Corte penale internazionale. Secondo quando denunciato da Lam Magok, infatti, le autorità italiane erano state allertate per tempo dall’Aja ed erano state anche coinvolte nelle attività che hanno portato all’arresto del boia, domenica 19 gennaio a Torino.

LA QUESTIONE si gioca tutta sui tempi: la Cpi aveva spiccato il mandato sabato 18 gennaio e, contestualmente, consegnato le carte all’ambasciata italiana nei Paesi Bassi. Lunedì 20 gennaio, poi, la Corte d’appello di Roma, competente sul caso, aveva chiesto chiarimenti sul da farsi al ministero della Giustizia, che non ha mai risposto. Nordio ha spiegato il suo silenzio lo scorso 5 febbraio con la famosa informativa alla Camera in cui ha sostenuto che il mandato fosse di difficile interpretazione («Erano 40 pagine scritte in inglese») e poi ha detto che in ogni caso c’erano dei passaggi poco chiari. Lo Statuto di Roma, però, impone che in casi del genere lo stato parte si consulti con la Cpi per dirimere ogni eventuale dubbio, cosa che non è stata fatta. Comunque, martedì 22 gennaio, Elmasry è stato scarcerato e subito imbarcato su un aereo di Stato che l’ha riportato a Tripoli. Il comportamento del governo, dunque, avrebbe leso la possibilità della vittima Lam Magok – la cui testimonianza è nel fascicolo del procuratore dell’Aja Karim Khan, che ha pure chiesto di deferire Roma al Consiglio di sicurezza dell’Onu per la sua mancata cooperazione – di ottenere giustizia. In arrivo ci sarebbe anche un’altra denuncia, di una donna ivoriana.

OLTRE A TUTTO QUESTO il tribunale dei ministri ha a sua disposizione l’atto d’accusa della Cpi contro Elmasry e l’ordinanza della Corte d’appello di forma che lo ha liberato per vizi procedurali dovuti alle «mancate interlocuzioni» con via Arenula. Gli indagati si faranno sentire attraverso una memoria difensiva (questo almeno è il prudentissimo piano della loro avvocata Giulia Bongiorno). Le intenzioni del capo della procura di Roma Francesco Lo Voi, nel frattempo oggetto di pesanti attacchi da parte dei media filogovernativi, sembrano chiare: un’indagine va fatta, quantomeno perché gli aspetti poco chiari della vicenda sono parecchi.

IERI MATTINA, alla Camera, è anche cominciata la discussione sulla mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni contro Nordio, che si è presentato in aula accompagnato dal suo vice Sisto e da Piantedosi. «Nordio ha sostenuto molte falsità e con il suo silenzio ha fatto scarcerare il torturatore libico Elmasry, perché i diritti umani vengono dopo il petrolio per il governo Meloni. Questa è l’unica verità di questa brutta vicenda», ha detto il deputato di Avs Marco Grimaldi, che ha chiesto le dimissioni del ministro per questa vicenda e per le mancate spiegazioni sul caso Paragon. A questo proposito, proseguono le indagini coordinate delle procure di Palermo e Napoli, dove sono stati presentati esposti da Mediterranea e da Cancellato. Lunedì la polizia del capoluogo siciliano ha ascoltato Casarini come persona informata sui fatti, ieri in Campania è successa la stessa cosa all’armatore dell’ong Beppe Caccia.

A NAPOLI il fascicolo è nelle mani del sostituto procuratore Vincenzo Piscitelli. A quanto si apprende, l’inchiesta è nella fase dell’acquisizione di elementi utili. Tradotto significa che deve ancora cominciare.

Finanziamenti e agevolazioni

Agricoltura

 



Source link

***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****

Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link

Source link