“Il mondo non è più quello di una volta”


Da qualche anno la situazione internazionale sta cambiando sotto i nostri occhi e, come sempre accade, il cambiamento prima procede lentamente e poi accelera sempre di più. Perciò è difficile immaginare che cosa può succedere domani o dopodomani: un modo per tentare di capire un po’ i processi in atto è provare ad analizzare il recente passato per individuare le possibili traiettorie del futuro.

Partiamo dai cambiamenti che si sono verificati negli Stati Uniti: dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, gli USA sono diventati la prima potenza militare al mondo oltre ad essere la prima potenza economica.

Dal punto di vista militare hanno promosso tante guerre in giro per il mondo, spesso per procura, facendo cioè combattere altri, oppure con il solo impiego degli aerei da bombardamento per limitare le proprie perdite: Iraq (1991), Somalia (1993), Bosnia (1995), Kossovo (1999) e poi, dopo l’11 settembre, Afghanistan (2001), Iraq (2003), Libia (2011), Siria (2014), Ucraina (2022, ma probabilmente già anche dal 2014). Quante di queste guerre sono state “vinte” dagli americani? Se per vittoria s’intende l’aver determinato una situazione di stabile allineamento alle posizioni degli USA, la risposta è probabilmente negativa per tutti questi sanguinosi conflitti.

Dal punto di vista economico con un accordo del 1995, noto come Reverse Plaza Accord, sotto la presidenza Clinton, gli USA hanno fortemente rivalutato il dollaro provocando un enorme afflusso di capitali da tutto il mondo: la moneta americana si è ulteriormente rafforzata ed è diventata il motore della finanziarizzazione dell’economia mondiale e di quella occidentale in particolare. Questo fatto è stato possibile grazie alle precedenti misure monetarie di Nixon e di Reagan e alla modifica della legislazione bancaria degli anni ’30. La conseguenza probabilmente non voluta e sicuramente inaspettata nelle sue dimensioni è stata quella di scatenare la globalizzazione dei processi economici e il decentramento produttivo verso i paesi “non occidentali” e in particolare verso quelli dell’Asia orientale: Cina, Corea del sud, Vietnam, India e altri. L’Asia è diventata la fabbrica del mondo, mentre l’occidente – in particolare USA e UK – si è ritagliato un ruolo prevalentemente finanziario.

Dopo circa trent’anni la Cina, a parità di costo della vita, è diventata la prima potenza economica mondiale, acquisendo forti competenze scientifiche e tecnologiche. Un buon indicatore di questo fatto è dato dal numero di ingegneri che si laureano ogni anno: quello cinese è, se non ricordo male, sette volte superiore a quello americano (mentre la popolazione cinese è circa quattro volte maggiore di quella statunitense). D’altra parte, lo stesso settore informatico, che è l’unico nel quale gli USA mantengano, forse, una supremazia a livello mondiale, è alimentato da ricercatori quasi completamente di origine asiatica.

I paesi protagonisti del processo di globalizzazione produttiva, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa e altri che si stanno progressivamente aggiungendo), hanno iniziato a sviluppare commerci tra loro cercando di evitare un po’ alla volta l’utilizzo del dollaro come moneta di scambio. Inoltre, Giappone e Cina sono i maggiori detentori di titoli di stato emessi dal Tesoro americano: essi sono cioè i principali creditori degli USA e finanziano l’enorme debito pubblico degli USA che ha ormai raggiunto il 100% del PIL. Negli Stati Uniti è molto alto anche il debito privato, cioè quello delle famiglie, come si è visto nel 2008, con la crisi finanziaria determinata dall’enorme crescita dei titoli subprime e dalla bolla immobiliare speculativa. Se si volesse fare una fotografia della situazione attuale dell’economia americana si potrebbe sintetizzare così: alto debito pubblico e privato, permesso dal ruolo del dollaro come moneta degli scambi internazionali, crisi produttiva ed occupazionale dell’industria ed eccessivo sviluppo della finanza, peso sproporzionato del comparto economico-istituzionale militare.

Dilazioni debiti fiscali

Assistenza fiscale

 

Tenendo conto di questi elementi è più facile (forse) comprendere le ragioni che stanno dietro alle affermazioni e alle proposte di Trump. I dazi sui commerci internazionali cercano di favorire la ripresa dell’industria nazionale; la politica di apertura verso la Russia, a proposito della guerra in Ucraina, è un tentativo di aprire delle contraddizioni all’interno dei BRICS e in particolare tra la Russia e la Cina, in modo da contrastare la tendenza a indebolire il dollaro come moneta di scambio commerciale. Il ridimensionamento della Nato e la riduzione delle basi americane in Europa cercano di contenere le spese e di convogliare lo sforzo militare verso l’area dell’oceano Pacifico-indiano. L’appoggio incondizionato alla politica israeliana, dal punto di vista economico, è spiegabile con la necessità di presidiare l’area medio orientale che è grande produttrice di petrolio.

La situazione energetica americana è molto più critica di quanto non sembri; oggi gli Stati Uniti grazie alla tecnica di estrazione di gas e petrolio dagli scisti bituminosi di profondità sono totalmente autonomi dal punto di vista energetico: ma questa tecnica particolarmente costosa si regge solo se il prezzo del greggio a livello internazionale rimane alto. È quindi decisivo per gli USA che l’Arabia saudita e gli Emirati arabi, in accordo con gli altri produttori come la Russia, limitino l’estrazione e mantengano alto il prezzo dei combustibili fossili.

All’interno di questo quadro, l’Europa è, come dicono tutti ormai, ad eccezione della Commissione europea di Bruxelles, l’anello più debole. Essa, infatti, condivide con gli Stati Uniti la debolezza dell’industria, aggravata dal fatto che le principali economie europee, a partire dalla Germania e dall’Italia, sono votate all’esportazione verso i mercati esteri più che orientate verso i mercati interni: una politica internazionale di dazi può, quindi, creare grossi danni. La guerra russo-ucraina sta dirottando una parte crescente del PIL europeo verso le spese militari, riducendo gli investimenti per il welfare (sanità, istruzione, assistenza). Inoltre, il cessato rifornimento di gas russo ha aumentato sensibilmente il costo energetico per le industrie e le famiglie europee. Infine, se l’azione dei BRICS può in prospettiva indebolire il dollaro, sicuramente il quadro economico internazionale ha già ridotto sensibilmente il ruolo dell’euro.

Naturalmente le dinamiche politiche e militari non si possono spiegare solo attraverso l’analisi economica: quest’ultima sembra dare un senso razionale a scelte che, soprattutto se comunicate da personaggi come Trump, appaiono bizzarre e capricciose. I fenomeni economici sono lenti movimenti sotterranei che producono in superficie cambiamenti culturali e ideologici; ma questi ultimi hanno la capacità di accelerare i processi economici e politici e di mobilitare le energie e le opinioni di grandi masse di persone. Le interazioni tra i due aspetti possono determinare, quindi, scenari inaspettati che spesso sfuggono a ogni analisi razionale e soprattutto a ogni tentativo di governo. Consideriamo, ad esempio, i processi migratori che sono, almeno in parte, una diretta conseguenza della globalizzazione economica soprattutto nella loro dimensione quantitativa: essi coinvolgono, come punti di partenza, quei paesi che non sono stati interessati, se non parzialmente, dal decentramento produttivo (Africa e Medio Oriente per l’Europa; Centro e parte del Sud America per gli USA). I ceti poveri europei e americani che sono stati marginalizzati o espulsi dai processi produttivi vivono questi immigrati, disposti a lavorare per salari sempre più bassi, come un fattore di indebolimento del mercato del lavoro. Ma a questa contraddizione si aggiungono aspetti culturali e religiosi che portano al razzismo e, almeno per l’Europa, all’islamofobia, che, nelle forze politiche di estrema destra, si sta sostituendo al tradizionale (per loro) antisemitismo.

L’episodio della Brexit ha, in qualche misura, anticipato alcuni di questi processi sia economici, sia culturali, che ora stanno investendo anche gli altri paesi europei. In tutti i paesi dell’Europa occidentale si sono via via affermati partiti di estrema destra che cavalcano queste contraddizioni per ottenere consenso e voti, anche sfruttando l’evidente debolezza delle classi dirigenti nazionali: oggi questo fenomeno è arrivato anche in Germania con la forte affermazione elettorale di AFD e con lo spostamento dell’asse governativo verso la CDU ultraconservatrice di Merz. Se si guardano, però, i risultati delle elezioni tedesche nel dettaglio delle diverse circoscrizioni, si nota che questo spostamento a destra è nettissimo nella ex DDR. In generale si può osservare come, in molti paesi che appartenevano prima del 1991 al patto di Varsavia, si assista a un riorientamento politico che, oltre ad esprime posizioni culturali di destra, guarda con interesse a ristabilire un rapporto meno conflittuale verso la Russia, quasi in sintonia con le posizioni espresse ultimamente da Trump. Paradossalmente (ma forse neanche tanto) la Russia di Putin e gli Usa di Trump, appaiono a molti come i garanti di tradizioni culturali e religiose che sono insidiate dai processi migratori e dalla dimensione travolgente della globalizzazione.

Naturalmente lo spacchettamento di un’Europa che ha costruito troppo rapidamente e su basi troppo deboli il proprio processo di unificazione, creerà ulteriori spezzettamenti: basti pensare alla situazione dei paesi baltici e della Polonia che si sono esposti ultimamente moltissimo contro la Russia e in favore dell’Ucraina, da un lato, e ai paesi scandinavi che hanno troppo precipitosamente aderito alla Nato proprio alla vigilia del suo indebolimento, dall’altro. È troppo difficile prevedere oggi quale sviluppo potrà avere questo coacervo di contraddizioni, ma certo non si sbaglia a pensare a un possibile processo disgregativo che nessuno, meno che mai la Commissione europea, sarà in grado di governare.



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