La siccità in Sardegna? Colpa della Corrente del Golfo


Dal Golfo del Messico al centro del Mediterraneo il passo è breve. Sembrano due aree del mondo totalmente slegate tra loro e invece, quello che accade in Sardegna, dal punto di vista climatico, è legato anche a quanto si registra in quello che Donald Trump ha voluto ribattezzare, non senza molte critiche, Golfo delle Americhe. Le conseguenze sono nel solco di quanto registrato negli ultimi anni: lunghi periodi senza pioggia, siccità, tendenza alla desertificazione e aree in cui si avrà difficoltà a coltivare prodotti agricoli. Insomma, quello che sta accadendo in Sardegna, dove ad esempio nella Nurra, da sempre una zona molto vocata all’agricoltura e all’allevamento, non piove da mesi, nonostante in altre aree dell’Isola i bacini abbiano invece iniziato a riempirsi.

Lo studio

A lanciare ancora una volta l’allarme sul clima è un recente studio realizzato da Vincenzo Vespri, ordinario di Analisi matematica all’Università di Firenze, ed Elisa Volterrani, data analyst ed esperta di modelli matematici, che hanno scritto un saggio “La matematica dell’effetto serra”, dedicato appunto ai cambiamenti climatici. Le alterazioni del clima sono un fatto ormai difficilmente contestabile, mentre sulle cause il dibattito è aperto.

Certamente, come rilevano i due studiosi nel loro studio, inserito nel volume “Cronache del rimbambentalismo” di Fabio Scacciavillani e Maurizio Stefanini (ci sono anche i contributi di Roberto Bolzan, Giampiero Castellotti e Claudia Tebaldi), appena pubblicato da “Inglorious Globastards”, le alterazioni che si registrano sul Mediterraneo e nel Mezzogiorno d’Italia sono in qualche modo collegate, anche se magari in modo meno palese, a quando accade nel Golfo del Messico e in particolare alla Corrente del Golfo che nasce proprio quell’area.

La corrente

“La Corrente del Golfo nasce nel Golfo del Messico, trasportando acqua calda tropicale verso il nord dell’Atlantico – spiegano Vespri e Volterrani – Quando si raffredda in prossimità del circolo polare artico, si inabissa, dopodiché il ciclo ricomincia. Tale corrente è di vitale importanza per la mitigazione del clima dei paesi europei che si affacciano sull’Oceano Atlantico. Un recentissimo studio pubblicato sulla rivista Science Advances è estremamente preoccupante perché indica un rischio significativo di un blocco della circolazione della Corrente del Golfo. Una minaccia di per sé nota ormai da tempo, ma che in questo articolo di ricerca è delineata con contorni più precisi arrivando perfino ad ipotizzare il collasso del sistema tra il 2025 e il 2095”.

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La scoperta di questa Corrente si fa risalire ai primi anni del 1500, esattamente nel 1512, quando la spedizione condotta da Juan Ponce de Leòn individuò questo flusso atlantico, che poi venne ampiamente sfruttato dalle navi spagnole per velocizzare la navigazione verso i Caraibi, sempre più frequente dopo la scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo nel 1492. La prima mappa venne realizzata da Benjamin Franklin e stampata per la prima volta a Londra nel 1769, quindi oltre due secoli più tardi.

Cosa cambia

Secondo i due studiosi, il blocco della Corrente del Golfo potrebbe avere effetti disastrosi sul clima, a cui potranno assistere dunque le generazioni appena nate. “La paleoclimatologia ci viene in aiuto mostrando come, nell’arco degli ultimi 100mila anni circa, ci siano state almeno 25 improvvise oscillazioni del clima nord emisferico causate con molta probabilità da interruzioni e riattivazioni della circolazione della Corrente del Golfo”, continuano Vespri e Volterrani. “Durante queste variazioni, la temperatura media dell’emisfero nord calò di diversi gradi in pochi decenni, in particolare nei mesi invernali e nell’area euro-atlantica. Nel sud emisfero, al contrario, la temperatura media crebbe, sebbene non con l’intensità e i numeri della parte settentrionale del pianeta”. Dunque, anche il Mediterraneo, nonostante sia un mare chiuso rispetto all’Atlantico dove si sviluppa la Corrente del Golfo, potrebbe subire gli effetti di questo shock climatico.

Gli effetti

Quello che può accadere, dunque, nei prossimi anni, è l’aumento dei periodi di siccità, con conseguenze pesanti sull’ambiente. In particolare, gli autori dello studio parlano soprattutto di “desertificazione”. Con tutto ciò che ne consegue. “Una volta che un territorio è diventato desertico è difficile farlo ritornare di nuovo coltivabile, sia perché è difficile irrigarlo (la via più naturale, la desalinizzazione dell’acqua marina è un processo ancora molto costoso) e sia perché il terreno ha subito una trasformazione chimica che lo ha reso poco fertile”, scrivono ancora Vespri e Volterrani.

Tutto questo, inoltre, ha evidenti conseguenze sulla nostra vita, in quanto i fenomeni climatici modificano il nostro modo di vivere sia interni che esterni, cambiando anche le dinamiche geopolitiche. “Le questioni ambientali agiscono come ‘moltiplicatori’, creando instabilità perché aggravano i fattori sociali, economici e politici. Lo fanno accentuando l’insicurezza legata all’approvvigionamento di cibo e acqua, riducendo il terreno arabile disponibile per l’agricoltura, e aumentando la tensione rispetto alla scarsità delle risorse”, aggiungono Vespri e Volterrani. “I cambiamenti climatici saranno uno dei fattori geopolitici decisivi nel prossimo futuro poiché costringeranno la popolazione a una lotta sempre più serrata per l’accaparramento e la gestione delle risorse”, concludono i due matematici. Allo stesso tempo, i due studiosi riconoscono che “formulare modelli previsionali attendibili è estremamente difficile, non tanto per il numero elevato di variabili legate fra loro da equazioni altamente non lineari, quanto piuttosto per la natura caotica di questi sistemi differenziali”.

La Sardegna

Questi cambiamenti descritti dagli studiosi potrebbero avere effetti ancora più devastanti nella nostra Isola, già considerata tra le regioni più vulnerabili dal punto di vista climatico, con temperature in aumento, siccità e fenomeni estremi sempre più frequenti.

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L’Ipcc, ossia l’Intergovernmental Panel on Climate Change, principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, nato nel 1988 su iniziativa delle Nazioni Unite, afferma che la Sardegna è particolarmente vulnerabile e che nei prossimi decenni, “dovrà affrontare un progressivo innalzamento delle temperature, una drastica riduzione delle precipitazioni. Parallelamente, si verificherà un incremento degli episodi di precipitazioni estreme, esponendo la regione a un elevato rischio di siccità e di eventi distruttivi”. Non solo dunque ci potranno essere problemi causati dalla siccità, dal progressivo innalzamento delle temperature, che da qui al 2050 potrebbero aumentare di 1,5 gradi, ma anche pericoli per le infrastrutture, che potrebbero essere danneggiate da incendi, carenza d’acqua e rischi sulle aree forestali. Insomma, dal Golfo del Messico alla Sardegna, c’è aria di tempesta climatica: caldo e siccità possono provocare una desertificazione che non sarà facile combattere.

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