Oltre a Berlino, anche Vienna punta sulla Große Koalition e tiene per ora i post nazisti fuori dall’esecutivo, con Stocker futuro cancelliere. Ma come, Kickl non era a un passo dal diventarlo? Le dinamiche austriache sono interessanti per tutta Europa. Ecco come è andata
In un contesto globale in piena fibrillazione, una Große Koalition tra popolari e socialdemocratici suona come un antico vinile: sarà pure vintage, ma è un marchingegno rassicurante quando tutt’attorno il mondo stride. Vale per la Germania, dove per ora Friedrich Merz tiene fuori dalla porta l’AfD in ascesa negoziando con l’SPD, e vale in questo istante pure per la vicina Vienna, dove già da un quarto di secolo i governi con l’estrema sono sdoganati e l’anno era cominciato con il post nazista Herbert Kickl pronto a prendere il palazzo da cancelliere.
Pare che l’Austria sia riuscita a sventare, almeno per un po’, un governo guidato o contaminato dall’estrema destra. L’incontro a quattro che si è svolto questo giovedì mattina nelle sale tirate a lucido dell’Hofburg di Vienna è servito ai tre leader popolare, socialdemocratico e liberale per presentare al presidente della Repubblica il loro programma di governo. I nomi dei ministri non sono ancora ufficiali, ma le indiscrezioni si rincorrono ed è dato per assodato che il cancelliere sarà il nuovo leader di ÖVP, il popolare Christian Stocker, come pure il fatto che la ripartizione di ministeri e incarichi coi socialdemocratici sarà almeno dal punto di vista numerico equilibrata; anche per i liberali di Neos è previsto uno strapuntino nel venturo esecutivo (tra i motivi per cui non ce n’è già uno formalizzato vi è proprio il passaggio interno a questo partito, che domenica deve votare il piano).
Le vicende viennesi offrono una lettura utile per tutta Europa: un governo orientato al centro invece che all’estrema destra avrà effetti anche sugli equilibri europei, e le dinamiche politiche austriache possono fare da lezione. Come è stato disinnescato l’accordo con FPÖ? E cosa succede ora? Per rispondere bisogna includere nel ragionamento non solo i leader di partito, ma chi ha le chiavi del potere: il mondo dell’industria (per i popolari) e il sindaco di Vienna (per i socialdemocratici).
Estrema destra rimandata
Dopo le elezioni del 29 settembre che avevano consegnato ai post nazisti di FPÖ il posto di primo partito, relegando i Popolari a secondi, il primo tentativo fatto da questi ultimi era proprio un negoziato con socialdemocratici e Neos. A guidare ÖVP (e a condurre le trattative) era l’allora cancelliere Karl Nehammer, che aveva promesso: mai Kickl cancelliere. Piuttosto che fare da alleato junior dell’estrema destra, i Popolari hanno tentato un governo da capofila.
Ma dopo Neos, ÖVP stesso ha rotto le trattative a inizio anno, sotto le spinte del comparto economico (strutturalmente integrato nel partito), che riteneva il programma di FPÖ più affine. Così Nehammer si è dimesso e Stocker, che prima demonizzava Kickl, ha preso in mano il partito e i negoziati con Kickl. Perché sono falliti? In apparenza, l’inciampo è avvenuto sui portafogli; i Popolari non volevano lasciare all’estrema destra dossier come l’intelligence o il posizionamento con l’Ue. Ma il vero nodo è stato che Kickl rifiutava «il compromesso» (parole di ÖVP); l’estrema destra sa che alle prossime elezioni può capitalizzare ancor più consenso e il suo leader non era disposto a lasciare ai Popolari la regia. «Niente trucchi o si va al voto», aveva detto dall’inizio Kickl.
Avvenuto il divorzio, i Popolari sono tornati dai socialdemocratici, chiedendo la decapitazione politica del leader, Babler, ritenuto troppo a sinistra. Qui è entrato in gioco Michael Ludwig, sindaco di Vienna e vero regista de facto di SPÖ. Ai Popolari ha fatto capire che la cacciata pubblica di Babler non era un’opzione sul tavolo, ma che nella pratica i negoziati avrebbero subìto di più l’influenza dell’ala a lui fedelissima (con Doris Bures tra i negoziatori): più verso il centro.
Lo scontro interno tra le due aree si vede anche nei nomi vociferati (alla fine un ludwighiano, Peter Hanke, dovrebbe andare alle Infrastrutture mentre un bableriano alle Finanze, Markus Marterbauer). Ne uscirà un governo che subisce l’influenza dei Popolari in tema sicurezza, con slanci come il tetto sugli affitti di chiaro marchio socialdemocratico, un ministero degli Esteri in mano a Neos che è filo Ue e filo Kiev; con la possibilità per ÖVP (e per il comparto industriale) di mantenere una regia, fino alle prossime elezioni, che Kickl aspetta con ansia.
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