Ingegneria finanziaria per europei disperati


Dopo che il ritorno di Donald Trump ha fatto cadere dal letto nel cuore della notte i leader europei, il focus ora è sull’aumento delle spese per la difesa comune. Una premessa d’obbligo: prima di ogni altra cosa, servirebbe agire per razionalizzare gli investimenti ed eliminare le duplicazioni, ma questo come sappiamo è molto difficile da ottenere perché i singoli paesi sono gelosi della loro posizione e dei loro campioni nazionali.

Non tutto è perduto, però, perché esistono i consorzi di difesa e questo può in linea teorica ridurre gli attriti. Il punto cruciale è: dove trovare i soldi? E qui iniziano i problemi. Ursula von der Leyen ha anticipato l’ennesima clausola di salvaguardia come la chiamiamo noi italiani, in realtà sarebbe escape clause, dove si sfugge al patto di stabilità consentendo lo scorporo delle spese per la difesa. Per comprare cosa e da chi, resta da vedere. Il massimo scorno sarebbe indebitarsi per comprare armi americane e tentare di tenere tranquillo Trump.

Opzioni più o meno verosimili

Poi ci sono quelli che propongono un PNRR per ogni cosa, quindi anche per la difesa. Tra questi spiccano gli italiani, che sembrano convinti che il debito comune europeo non sia realmente debito. Continuo a non capire perché ma è un problema mio. Ma di certo credo che l’emissione di ulteriore debito comune non andrebbe oggi da nessuna parte, per veti interni alla Ue da parte di paesi amici di Mosca. L’esigenza di aprirsi a capitale europeo extra-Ue allontana ulteriormente dall’ ipotesi unitaria Ue.

Tra le altre proposte, c’è la creazione di una “banca per il riarmo”, espressione che causerà fitte al fegato dei pacifisti e che effettivamente suona un po’ inquietante. Si tratterebbe di mettere a leva garanzie collettive e versare un po’ di capitale vero, per poi consentire alla banca di indebitarsi e finanziare governi e privati. La versione “light” del consorzio sarebbe la creazione di un Special Purpose Vehicle (SPV), che farebbe le stesse cose e con le stesse dinamiche di funding ma meno lacci autorizzativi.

Il fondo dovrebbe avere delle condizionalità, tra cui gli acquisti collettivi di sistemi di difesa concordati in base a una lista di priorità che derivano dalla elaborazione di una strategia di difesa comune europea. Sembra semplice ma ancora una volta è destinata a scontrarsi con le priorità e gli interessi nazionali. Perché avere una difesa comune senza una politica estera comune è una contraddizione in termini. A meno di decidere su basi di semplice difesa del continente e non anche di proiezione di potenza.

Modello MES

La creazione di un veicolo o di una banca ad hoc servirebbe ad aggregare una “coalizione dei volenterosi” estesa oltre la Ue, anche a esempio a Regno Unito e Norvegia. Si tratterebbe di una struttura assimilabile al famigerato (per gli italiani) MES. Ma anche qui, creare qualcosa del genere richiede tempo, anche se si riuscisse ad evitare i processi di ratifica dei singoli parlamenti.

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Anche la struttura simil-MES, quindi, non è qualcosa da mettere in microonde e servire in tavola dopo un paio di minuti. Peraltro, problema nel problema, oggi il debito comune Ue gira sul mercato secondario a condizioni che sarebbero penalizzanti per quasi tutti i paesi Ue, eccetto l’Italia. Quindi, per quale motivo francesi, tedeschi, olandesi eccetera dovrebbero accettare di raccogliere fondi a costi superiori al loro servizio del debito nazionale?

Tra le altre opzioni, come spiega il Financial Times, ci sarebbe l’ennesimo rimescolamento di fondi europei esistenti. Ad esempio, i residui inoptati del Recovery Fund (ne sono rimasti 93 miliardi) o la nuova destinazione dei fondi di coesione. In questo secondo caso, si prevedono alti lai da parte di paesi che non sono capaci di spendere per tempo. Di uno, nella fattispecie. Ma la reazione panicata europea sta prendendo anche altre precise forme: ad esempio, destinare a difesa parte delle spese per la cooperazione internazionale. È la strada presa dal governo britannico di Keir Starmer, per arrivare a una spesa per la difesa pari al 2,5 per cento del Pil.

Nel frattempo, il cancelliere in pectore tedesco, Friedrich Merz, pare punti a iscrivere in costituzione un fondo per la difesa di 200 miliardi, dopo quello da 100 creato dal cancelliere uscente Olaf Scholz nel 2022, in conseguenza dell’invasione russa dell’Ucraina. Per ottenere i due terzi del Bundestag necessari all’operazione, pare voglia usare il parlamento uscente, perché quello appena eletto ha una minoranza di blocco fortemente contraria alla spesa militare, rappresentata dall’estrema destra di Afd e dall’estrema sinistra della Linke.

Dopo la chiusura dell’americana USAID, la cooperazione internazionale appare la vittima predestinata della ricomposizione di spesa occidentale. Piccolo problema: questa decisione spalanca le porte ai cinesi nei paesi in via di sviluppo. Perché le spese per la cooperazione sono una sorta di facilitatore di investimenti e di accesso ai mercati. Pur con tutta la corruzione che tendono a portarsi dietro.

Comunque vada, sarà un costo

A monte (o a valle) di tutto, dovrebbe però esserci una consapevolezza: la spesa aggiuntiva per la difesa ha un costo, che è ineludibile. È debito, su base di singolo paese o collettiva. Oppure è taglio di altre voci di spesa, per fare spazio in equilibrio di bilancio a quella per la difesa. Cioè non sarà un pasto gratis.

Concetto che pare sfuggire, tu guarda la sorpresa, proprio agli italiani. Prendete questa dichiarazione di Matteo Salvini:

Sicuramente si può aumentare la spesa militare ma o tutto è fuori dal pacchetto dei vincoli europei, oppure se devo decidere se investire sui carri armati o sulle scuole e sugli ospedali, non scelgo i carri armati.

Il problema è che anche se tutto fosse fuori dai vincoli europei, o se fosse debito comune, continuerebbe ad essere debito. Fin quando in questo paese avremo gente convinta che esista debito che non è debito, il nostro futuro resterà assai gramo.

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