A Napoli si parla una nuova lingua del vino


Promozione, equilibrio, coerenza e onestà. Sono le parole chiave per una comunicazione del vino al passo coi tempi, capace di superare gli schemi del passato e di raggiungere un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo. Questo il messaggio emerso con forza dal convegno “Il linguaggio del vino. Dalla formazione ai social“, promosso dall’Associazione Italiana Sommelier (AIS) e dall’Associazione Italiana Sommelier Campania al De Bonart Naples Hotel di Napoli, il 26 febbraio.

Un’occasione per riflettere su come raccontare il vino nell’era digitale, tra nuovi strumenti, linguaggi in evoluzione e la necessità di non perdere il legame con la tradizione e il territorio. A guidare il dibattito, il giornalista Luciano Pignataro, che ha moderato gli interventi di relatori di spicco: l’enologo Roberto Cipresso, la blogger Giulia Sattin, Cristiano Cini (tra i responsabili Formazione di AIS Italia) e il filosofo Nicola Perullo, Ordinario di Estetica all’Università di Pollenzo.

Un ricordo di Sandro Camilli su Giampaolo Gravina

Un incontro sul linguaggio del vino, un tema di grande attualità, per un settore che ha bisogno di rinnovare la propria comunicazione, spesso ancorata a modelli pre-internet e poco attraenti per le nuove generazioni. Così Sandro Camilli, presidente nazionale dell’Associazione Italiana Sommelier, ha introdotto i lavori del convegno organizzato dall’AIS, sottolineando l’importanza di un dibattito sul “nuovo linguaggio del vino“.

Il Presidente ha voluto aprire la giornata rievocando la figura di Giampaolo Gravina, professore di filosofia e docente dell’Università di Scienze Gastronomiche, nonché caro amico, con cui aveva condiviso tanti lavori a beneficio del territorio in cui entrambi sono nati e cresciuti, quello umbro dell’Amerino. Lo ha rievocato citando un suo contributo al libro “Vini dell’Amerino“.

Giampaolo Gravina, nel suo contributo al libro sui vini dell’Amerino, ha spiegato Camilli, “ha tracciato un’originale visione del rapporto tra vino e linguaggio“. Per Gravina, “il vino e la lingua” sono indissolubilmente legati: “quella lingua che assaggia e degusta è infatti la stessa lingua che parla e comunica, evidenziando nell’atto del gustare una vocazione genuinamente linguistica in virtù della quale le questioni di palato si risolvono continuamente in questioni di parlato“, ha detto citando l’amico.

Tuttavia, Gravina metteva in guardia da una deriva preoccupante: “ora, però, nel parlare di vino, la sete generica di storie si va facendo sempre più forte della sete di lingua, o (meglio) di storie con una bella lingua“. Questa tendenza porta a un linguaggio del vino che si chiude in un gergo autoreferenziale, perdendo “eloquenza e originalità“. Le parole del vino, in questo modo, rinunciano alla loro capacità di “comunicarne la qualità dei sapori, a condividerne la temperatura emotiva“, sacrificando l’originalità del gusto in nome di una “tipicità banalizzante“.

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Gravina proponeva una via alternativa: “cercheremo di contrastare questa tendenza, di metterci per così dire “di traverso”. E proveremo a integrare il racconto dei vini dell’Amerino con una lingua altra, alla ricerca di un’originalità da intendere non certo nel senso della stravaganza, bensì nell’accezione esplorativa stimolata dalla relazione con un’origine, con un luogo“.

L’obiettivo, secondo Gravina, non è semplicemente modificare il lessico della degustazione, ma “rimodulare a fondo la nostra sensibilità interpretativa ed elaborare una diversa prospettiva critica“. Quello di Giampaolo – ha concluso Camilli – “è un invito a riscoprire un linguaggio del vino capace di raccontare la storia e l’anima del territorio, con un’estetica della frugalità che valorizzi l’autenticità e la semplicità“.

Il presidente dell’AIS ha concluso il suo intervento con un invito all’umiltà e all’ascolto, valori che l’amico Gravina incarnava pienamente. “Credo che per tutti quanti noi, soci, relatori e ambasciatori, questo sia un monito importante: l’umiltà di Giampaolo“.

Equilibrio e originalità: la ricetta di Tommaso Luongo

La voce di Tommaso Luongo, presidente di AIS Campania, si è presentata roca al convegno sul nuovo linguaggio del vino. Non un malanno di stagione, ma una scelta precisa, quasi una performance per sottolineare, fin dall’attacco, l’importanza della lingua, del suono, della parola, nella comunicazione enologica. “Un piccolo esperimento vocale“, ha ironizzato Luongo, “per ricordarci che anche la voce è uno strumento del racconto”.

Ma l’intervento di Luongo è stato soprattutto un richiamo alla responsabilità per l’Associazione Italiana Sommelier. “Siamo sempre in bilico”, ha affermato, “tra la sobrietà e la tentazione dell’effetto speciale, tra il minimalismo e l’esagerazione”. Il compito di AIS, ha sottolineato, è trovare un linguaggio del vino che sia “proporzionato”, “equilibrato”, “coerente” e “originale”, capace di esprimere il legame profondo con il territorio. “I nostri 60 anni di storia ci investono di una leadership e di una responsabilità: comunicare il vino in modo corretto e onesto.”

Camillo Privitera: non soluzioni, ma spunti per il futuro

Un tema antico quanto l’umanità, ma di un’attualità stringente: il linguaggio del vino“. Così Camillo Privitera, responsabile nazionale AIS per gli eventi e il sociale.

“Non siamo qui per trovare la soluzione definitiva, il verbo del vino“, ha precisato Privitera, “ma per raccogliere spunti, idee, provocazioni, che possano arricchire la nostra formazione e la nostra comunicazione“.

Si parla tanto di vino, oggi, forse anche troppo. E a volte, diciamolo, si ‘straparla’, si usano termini a sproposito, si esce dai confini di ciò che il vino realmente è”, ha ammesso Privitera, sottolineando come un’associazione come AIS, che ha fatto della comunicazione del vino e del territorio la sua missione fondante, non possa ignorare questo tema cruciale.

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Il suo è un invito, forte e chiaro, a superare gli schemi rigidi e polverosi, a non aver paura della creatività e della sperimentazione linguistica, a riscoprire, perché no, lo spirito conviviale e aperto del simposio.

La sfida, ha concluso Privitera con un appello rivolto a tutta l’associazione, è “riuscire a parlare di vino a un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo. E trovare il linguaggio giusto, il tono adeguato, per ogni interlocutore, sfruttando anche le potenzialità, ma senza farsi travolgere, dai nuovi mezzi di comunicazione“.

Nicola Perullo: una visione più inclusiva e accessibile del linguaggio del vino

Nicola Perullo ha subito chiarito la sua posizione, frutto di un lungo percorso di ricerca e di un contatto costante con le nuove generazioni. Il suo intento, maturato fin dagli anni ’90, è sempre stato quello di superare l’approccio tradizionale, spesso percepito come elitario e intimidatorio, per abbracciare una visione più inclusiva e accessibile.

Perullo ha osservato come molti, soprattutto i neofiti, si sentano a disagio di fronte a bottiglie importanti, frenati dalla paura di non essere all’altezza, di non avere le conoscenze tecniche necessarie. Da qui la sua ricerca di un linguaggio e di un’esperienza del vino che superassero la mera degustazione analitica.

Il vino come esperienza: ritorno al simposio

La proposta di Perullo è un cambio di paradigma: abbandonare l’ossessione per la “esperienza del gusto“, intesa come analisi minuziosa di profumi e sapori, per abbracciare il “gusto dell’esperienza“. Un’esperienza che valorizzi la dimensione conviviale, relazionale, quasi rituale del bere vino insieme.

Il filosofo ha richiamato l’immagine del simposio, dove il vino accompagnava anche discussioni su temi profondi, favorendo l’apertura mentale e l’empatia. Un’ispirazione che si è tradotta in una serie di sperimentazioni pratiche, in cui il vino veniva raccontato attraverso la pittura, la musica, la narrazione evocativa, liberandolo dalla gabbia della descrizione tecnica.

L’obiettivo era spostare l’attenzione dal vino come “oggetto” da giudicare, alla relazione che si crea tra le persone che lo condividono. Un approccio che ha riscosso successo, come dimostrano le traduzioni dei suoi libri e gli inviti a tenere workshop in tutto il mondo.

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La qualità in discussione: un concetto dinamico

Ma la vera provocazione di Perullo riguarda il concetto stesso di qualità. Secondo il filosofo, la qualità nel mondo del vino non può essere ridotta a un insieme di parametri fissi e immutabili, a una sorta di “tavola della legge” trasmessa dall’alto.

La qualità, ha spiegato, è un concetto dinamico, in continua evoluzione, influenzato dalle mode, dalle tendenze, dalle sensibilità che cambiano nel tempo. Ha portato l’esempio dell’acidità, un tempo considerata un difetto, oggi diventata un elemento ricercato e apprezzato, soprattutto dai giovani.

Questo dimostra come ciò che una volta era considerato un errore possa trasformarsi in un nuovo canone estetico, un nuovo codice di apprezzamento. Perullo ha sottolineato come le associazioni di sommelier, come l’AIS, abbiano modificato i loro approcci nel corso degli anni, dimostrando una certa flessibilità.

Tradizione e innovazione: un equilibrio necessario

Pur sostenendo la necessità di un approccio più aperto e sperimentale, Perullo non ha negato l’importanza della tradizione e dei rituali legati al vino. Ha anzi sottolineato il valore simbolico di questi aspetti, a patto che non diventino un freno all’innovazione.

Il rischio, ha avvertito, è che la tradizione venga percepita come pura nostalgia, come qualcosa di superato. Per questo, ha suggerito di mantenere vivi i rituali, ma allo stesso tempo di essere aperti alla sperimentazione e alle nuove tendenze, come dimostra l’uso della realtà virtuale nel mondo del vino.

In conclusione, la sua riflessione, estesa, non ha evitato un punto critico. Il problema della qualità deve essere trattato diversamente. L’intervento di Perullo ha lanciato una sfida al mondo del vino: ripensare il linguaggio, l’esperienza e il concetto stesso di qualità, per abbracciare un futuro più inclusivo, dinamico e consapevole. Un futuro in cui il vino, da semplice bevanda, possa diventare un vero e proprio strumento di cultura e di relazione.

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Roberto Cipresso: storie e sinestesie per conquistare i Millennials e la Generazione Z

Oggi c’è più vino di quel che serve“, esordisce Cipresso, citando la drammatica situazione in Australia e a Bordeaux, dove migliaia di ettari di vigneti vengono espiantati. In questo scenario, la competizione tradizionale non basta più. La soluzione, ispirata dalla “strategia dell’oceano blu“, è quella di “non competere“, cercando percorsi etici e onesti, che puntino su valori diversi.

L’esperto vitivinicolo individua una distinzione fondamentale: da un lato, i vini che “danno soddisfazione”, legati alla tipicità, alla riconoscibilità varietale, alla coerenza stilistica. Sono vini che rassicurano, perfetti per l’abbinamento cibo-vino, ma che limitano la creatività dell’enologo, costretto a rimanere entro schemi precisi.

Dall’altro lato, ci sono i vini che “emozionano”. Questi vini trascendono la semplice piacevolezza gustativa e diventano un’esperienza culturale, un viaggio sensoriale che racconta un territorio, una storia, un’emozione. “Quando assaggi un vino in questo modo, non torni più indietro“, afferma il rinomato winemaker. “Non ti interessa più trovare il ‘solito’ Sauvignon, ma l’interpretazione unica, il racconto di un paesaggio.

Questa è la chiave, secondo Cipresso, per sedurre le nuove generazioni, i Millennials e la Generazione Z, che saranno i principali consumatori del vino del futuro. Questi giovani, più attenti al benessere, alla sostenibilità e alle esperienze significative, non si accontentano del “solito” vino. Cercano qualcosa di più: un legame con la cultura, con il territorio, con l’emozione.

Il produttore di vini di successo sottolinea come il gusto sia un percorso evolutivo, un processo fisiologico che ci porta a passare dal dolce all’amaro, dalla semplicità alla complessità. “Il vino è sempre stato lo specchio esatto della cultura dell’uomo“, spiega, citando come la storia del vino possa illuminare passaggi antropologici altrimenti oscuri.

Questo percorso evolutivo si riflette anche in altre forme d’arte: dalla pittura alla musica, tendiamo a passare da opere più “facili” e immediate a forme espressive più complesse e raffinate. Nel vino, questo si traduce nel passaggio dai vini “generosi” e “balsamici” a vini più sottili, eleganti, capaci di evocare emozioni profonde.

La sfida della comunicazione: sinestesia e linguaggio universale

La sfida, quindi, è comunicare questo nuovo modo di intendere il vino alle nuove generazioni. L’affermato creatore di vini suggerisce di abbandonare il linguaggio tecnico e settoriale, spesso incomprensibile ai non addetti ai lavori, e di abbracciare un approccio sinestetico, che unisca diverse forme d’arte.

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La sinestesia è quando riesco a parlare di un’arte attraverso un’altra arte“, spiega. “Parlare di un gusto attraverso un suono, un colore. Questo è un linguaggio universale.” Cita l’esempio di abbinamenti tra vini e brani jazz, o tra vini e opere d’arte, come il suo progetto che ha unito il Cubismo di Picasso a un vino come “La Quadratura del Cerchio“.

Questo approccio, che sfrutta la tecnologia e l’intelligenza artificiale, permette di creare esperienze immersive e coinvolgenti, capaci di parlare direttamente al cuore e alla mente dei giovani consumatori. È un modo per “portare l’attenzione, il focus, l’emotività” su un piano diverso, creando un totum tra il vino e altre forme di espressione culturale.

La visione di Roberto Cipresso offre una strada promettente per il futuro del vino. Non si tratta solo di superare una crisi di mercato, ma di reinventare il modo in cui il vino viene vissuto e comunicato. Abbracciando l’emozione, la cultura, il territorio e un linguaggio universale, il vino può tornare a essere non solo una bevanda, ma un’esperienza capace di arricchire la vita e di connettere le persone.

La sfida è aperta: riprodurre, in chiave moderna, la scrittura onirica di Veronelli, adattata, però, agli strumenti dei nostri tempi. La formazione necessita di termini precisi. La comunicazione deve adeguarsi a nuovi strumenti.

Giulia Sattin: il vino sui social

Il mondo del vino sta vivendo una trasformazione digitale. La comunicazione enologica, un tempo affidata a riviste specializzate, libri e guide, si sta aprendo a nuovi canali e nuovi protagonisti: gli influencer.

Giulia Sattin, wine blogger attiva dal 2016, ha trattato il tema dell’influencer marketing nel settore vitivinicolo, un mondo in continua evoluzione dove la qualità dei contenuti, la semplicità del linguaggio e la fiducia con la community sono le chiavi del successo.

La comunicazione del vino è diventata sempre più complessa“, esordisce. “Per creare contenuti di alta qualità, snelli e comprensibili, ho costruito un team di professionisti freelance: fotografi, videomaker, esperti di social media.” La vecchia formula “una foto e un postnon funziona più. Le nuove generazioni, ma anche un pubblico più adulto (fino ai 60 anni), cercano informazioni rapide e immediate.

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L’influencer marketing, spiega, è una strategia che permette a cantine, consorzi e associazioni di raggiungere un pubblico più ampio e diversificato. Ma non si tratta solo di numeri: “cerco di far vivere un’esperienza. Racconto quello che ho vissuto in prima persona e stimolo le persone a visitare cantine, degustare vini, ritrovarsi tra amici per condividere una bottiglia.

Sottolinea poi l’importanza di creare un rapporto di fiducia con i follower: “Sanno che comunico solo ciò che mi è piaciuto e che ho provato in prima persona. Se un vino non mi convince, semplicemente non ne parlo.

Come scegliere l’influencer giusto?

Ma come fa un’azienda a scegliere l’influencer giusto? Non basta guardare al numero di follower, un dato che, con l’evoluzione dei social, sta perdendo importanza. È fondamentale analizzare la qualità dei contenuti, il tipo di comunicazione, il target di riferimento.

“Se una cantina campana vuole promuovere il suo vino in Campania, non sceglierà un influencer che non ha follower nella regione”, spiega la blogger. “Potrebbe essere più efficace un micro-influencer (con una community più piccola ma più mirata) rispetto a un VIP con milioni di follower sparsi in tutto il mondo.”

La scelta dipende dall’obiettivo della comunicazione: a chi si vuole parlare? Quale messaggio si vuole trasmettere? Qual è l’età media dei consumatori? Dove si trovano? Solo rispondendo a queste domande, e attraverso un linguaggio condiviso e semplice, si può costruire una strategia di marketing efficace.

Le sfide della comunicazione del vino sui social

Giulia Sattin evidenzia anche alcune difficoltà specifiche della comunicazione del vino sui social. Spesso, la sua voce è stata messa in secondo piano rispetto ad altri metodi di comunicazione più tradizionali. Inoltre, la necessità di semplificare il linguaggio per raggiungere un pubblico ampio può portare a una certa superficialità: termini tecnici come “metodo di vinificazione” o “barrique“, dati per scontati dagli addetti ai lavori, devono essere spiegati con cura.

“L’altra sera, durante un corso sullo Champagne, mi hanno chiesto: ‘Ma lo Champagne si fa solo in Champagne?‘”, racconta. “Questo mi ha fatto capire quanto non si debba dare nulla per scontato, soprattutto quando ci si rivolge a un pubblico vasto e variegato attraverso i social.”

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L’influencer marketing nel settore vitivinicolo è una realtà in crescita. Il vino, pur rimanendo un passo indietro rispetto ad altri settori come il beauty o il fashion, si sta aprendo a questo nuovo canale di comunicazione. La sfida è trovare il giusto equilibrio tra semplicità e profondità, tra immediatezza e accuratezza, per raccontare il vino in modo coinvolgente e autentico, senza banalizzare la sua complessità.

Cristiano Cini: AIS rinnova la sua didattica

L’Associazione Italiana Sommelier sta rinnovando la sua didattica, con l’obiettivo di rendere la formazione sul vino più attuale, coinvolgente e accessibile. Cristiano Cini, membro del comitato esecutivo e responsabile della didattica insieme a Mauro Carosso e Marco Rezzano, racconta questo “cambio di passo” che punta a un linguaggio comune, capace di parlare sia agli esperti che alle nuove generazioni.

“L’insegnamento è il cuore pulsante della nostra attività“, afferma Cini, sottolineando la responsabilità di rappresentare la didattica dell’associazione. “Non siamo solo in tre, ma lavoriamo a stretto contatto con 42 persone. Questa è la dimensione del lavoro didattico di AIS oggi.”

Il cambiamento è iniziato circa due anni e mezzo fa, con l’obiettivo di modificare un percorso formativo ritenuto fondamentale, ma non più al passo con i tempi. “Il mondo del vino negli ultimi 15 anni è radicalmente cambiato“, spiega Cini. “Beviamo vini che prima non esistevano, quindi non potevano essere né raccontati né inclusi in un percorso di formazione.

La nuova didattica AIS, concretizzata con l’uscita di nuovi testi e di una nuova scheda di degustazione, ha accolto molti dei suggerimenti emersi nel dibattito sul futuro del vino. “Questo ci fa capire che siamo sulla strada giusta“, sottolinea Cini.

La nuova scheda di degustazione: tra oggettività e soggettività

Il cuore di questa trasformazione è la nuova scheda di degustazione AIS. “Sembra molto diversa dalla precedente, ma la cosa più importante è il suo significato, la sua interpretazione,” spiega Cini.

La scheda si basa su due principi: l’oggettività, che fornisce i riferimenti classici e condivisi, e la soggettività, che si basa sull’esperienza del degustatore. “L’oggettività è solo una minima parte per riconoscere il valore di un vino“, precisa Cini. “La parte più importante è quella soggettiva, che si basa sull’espressività, sul legame con il territorio, con uno o più vitigni, con uno stile interpretativo.

Questo approccio permette di andare oltre la semplice definizione di un vino (“questo è un Barolo”), per esplorare lo stile, il lavoro dell’uomo, il terroir. “Oggi più che mai conta l’impronta dell’uomo, il suo stile, le sue scelte. L’importante è che queste scelte non vadano a coprire o a snaturare ciò che il terroir è in grado di offrire“, afferma Cini, riprendendo un concetto espresso in precedenza da Roberto Cipresso.

Una didattica “in movimento”

La nuova didattica AIS è “in movimento“, contemporanea, attenta ad ascoltare e ad assaggiare. “Io faccio il relatore da 26 anni“, racconta Cini. “Spesso ci siamo trovati aggrappati a una scheda che non ci permetteva di comprendere e raccontare il vino fino in fondo.

Il gruppo di lavoro che ha sviluppato questo progetto, coordinato dal dottor Giuseppe Baldassarre e comprendente personalità di spicco del mondo del vino, ha trovato una “strada maestra“. “È tutto perfettibile, siamo ai primi passi“, ammette Cini. “Ma questa è una didattica che si confronta e si apre.

Coinvolgere, emozionare, divertire

Un altro aspetto fondamentale della nuova didattica è l’approccio alla lezione. “Non si può essere statici, classici e rigidi“, sostiene Cini. “Bisogna avere una base chiara, ma anche alleggerire il contesto. Il vino è passione, emozione e divertimento. Se ci togliamo questo, siamo sconfitti in partenza.

Cini guarda con interesse al modello spagnolo di comunicazione enogastronomica, noto per essere più informale, conviviale e orientato all’esperienza. “Dobbiamo rendere la formazione meno rigida, più coinvolgente“, sostiene. “L’idea è introdurre elementi di gioco, di interazione, per stimolare la curiosità e l’entusiasmo. Se chi fa formazione si diverte, trasmette questa passione anche a chi ascolta.

Formare i formatori

La nuova didattica AIS non si limita a un nuovo modello di scheda, ma si estende alla formazione dei relatori. “Non possiamo più permetterci un approccio rigido alla lezione“, spiega Cini. “Dobbiamo modulare il linguaggio per avvicinare la Generazione Z.” La rigidità del passato non funziona più.

Pur guardando al futuro e alle nuove generazioni, AIS non rinnega il suo passato. “Siamo fieri e orgogliosi dei nostri 60 anni di storia“, sottolinea Cini. “Tuttavia, l’attuale dirigenza ha dato un impulso decisivo al cambiamento, lavorando in modo coeso per modernizzare l’associazione e renderla più dinamica“.

La nuova didattica AIS è un primo passo importante verso una formazione sul vino più inclusiva, emozionale e al passo coi tempi. La sfida è avvicinare i giovani, comunicare il vino in modo meno elitario, recuperare quel legame sociale e culturale che il vino ha sempre avuto. Un percorso che richiederà anni di lavoro, ma che AIS affronta con una mentalità aperta e una grande determinazione.

Gherardo Fabretti


Gherardo Fabretti

Sommelier e degustatore AIS, nel 2013 consegue il Master Alma-AIS in gestione e comunicazione del vino.




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