Le “chiacchiere” di Iginio Massari a 100 euro al Kg: dolce di Carnevale o status symbol?


Il Carnevale 2025 è arrivato, portando con sé maschere, colori e, immancabilmente, i dolci tradizionali che accompagnano questa festa in tutta Italia.

Tra questi, le chiacchiere – conosciute anche come frappe, bugie o cenci a seconda delle regioni – sono un simbolo irrinunciabile, un dolce semplice e popolare fatto di farina, uova, burro e zucchero, fritto o cotto al forno e spolverato di zucchero a velo.

Ma quest’anno, a far parlare non sono i carri allegorici o i costumi, bensì il prezzo stellare delle chiacchiere firmate dal maestro pasticcere Iginio Massari: 100 euro al chilogrammo. Un costo che ha scatenato un acceso dibattito tra estimatori, critici e semplici consumatori, trasformando un dolce di tradizione in un caso nazionale.

Un prezzo da record

Iginio Massari, noto come il “Maestro dei Maestri Pasticceri” e figura iconica della pasticceria italiana, non è nuovo a polemiche legate ai prezzi delle sue creazioni. Già lo scorso anno, le sue chiacchiere venivano vendute a 80 euro al kg, una cifra che aveva fatto storcere il naso a molti, ma che non aveva impedito ai suoi punti vendita – da Milano a Brescia, da Torino a Firenze – di registrare il tutto esaurito.

Quest’anno, però, l’aumento del 25%, che porta il prezzo a tre cifre, ha alzato ulteriormente l’asticella, posizionando il dolce in una fascia di mercato che molti definiscono proibitiva.

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A Milano, città dove Massari ha uno dei suoi negozi più celebri in Piazza Diaz, le chiacchiere artigianali si trovano generalmente tra i 20 e i 60 euro al kg nelle pasticcerie di qualità, mentre nei supermercati si scende a cifre irrisorie, come i 6,36 euro al kg rilevati da Altroconsumo. Il divario è evidente, e la domanda sorge spontanea: cosa giustifica un prezzo simile?

Qualità o marketing?

Massari ha difeso la sua scelta sottolineando l’aumento dei costi delle materie prime – come burro, uova e olio – e la cura artigianale che contraddistingue la sua produzione. Le sue chiacchiere, infatti, sono il risultato di una lavorazione attenta: una sfoglia sottilissima che lascia intravedere l’orologio sottostante (come lui stesso ha dichiarato), una frittura precisa a 176 gradi in olio cambiato frequentemente per garantire leggerezza, e un passaggio finale in forno per eliminare ogni traccia di unto. Ingredienti di altissima qualità e una tecnica impeccabile, secondo il maestro, giustificano il costo. Ma non tutti sono convinti.

Lo chef e docente Guido Mori, una voce critica nel panorama culinario italiano, ha liquidato l’operazione come “puro marketing”. Intervistato da La Repubblica, Mori ha sottolineato che le chiacchiere non sono tartufo bianco o caviale, prodotti dal costo intrinseco elevato per rarità o complessità. “Il cibo è nutrimento, tradizione e convivialità, specie per una festa popolare come il Carnevale,” ha dichiarato. “Quando il prezzo si discosta così tanto dal costo delle materie prime, non si parla più di alimento, ma di una cintura di Gucci.”

Secondo Mori, e molti altri detrattori, ciò che si paga acquistando le chiacchiere di Massari non è tanto la qualità del prodotto, quanto il prestigio del marchio, un nome che negli anni si è trasformato in sinonimo di lusso e esclusività.

Un dolce popolare diventa elitario

La polemica non è solo economica, ma anche culturale. Le chiacchiere nascono come dolce semplice, accessibile a tutti, un simbolo di condivisione durante una festa che celebra eccessi e spensieratezza prima dell’austerità della Quaresima. Vederle trasformate in un bene di lusso ha spiazzato molti, alimentando un dibattito sul valore del cibo nella nostra società.

Da un lato, c’è chi difende la libertà di Massari di posizionare i suoi prodotti come desidera: “Se il mercato lo permette, significa che c’è chi è disposto a pagare,” si legge in alcuni commenti sui social. Dall’altro, c’è chi lamenta una deriva che snatura la tradizione, trasformando un dolce di tutti in un privilegio per pochi.

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Il paradosso del consumo

Il caso delle chiacchiere di Massari si inserisce in un trend più ampio che vede il cibo, soprattutto quello legato alle festività, diventare sempre più uno status symbol. Panettoni, colombe e ora chiacchiere: i grandi nomi della pasticceria e della cucina italiana – da Massari a Cannavacciuolo – competono a colpi di prezzi esorbitanti, puntando su un pubblico disposto a investire in un’esperienza esclusiva. E i numeri sembrano dar loro ragione: nonostante le critiche, le chiacchiere a 100 euro al kg continuano a essere richieste, segno che il brand Massari conserva un appeal irresistibile.

Una riflessione aperta

Alla fine, la polemica sulle chiacchiere di Iginio Massari non è solo una questione di euro e centesimi, ma un’occasione per riflettere sul significato del cibo nella nostra cultura. È giusto che un dolce popolare diventi un lusso? Oppure il valore aggiunto di un maestro indiscusso giustifica tutto? Una cosa è certa: mentre il dibattito infuria, c’è chi si gode le chiacchiere fatte in casa o comprate sotto casa a pochi euro, e chi, invece, è pronto a sborsare 100 euro per dire “le ho prese da Massari”. A Carnevale, forse, ogni prezzo vale – purché si trovi il gusto che fa per noi.



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