“L’occupazione militare israeliana ha creato un regime di apartheid e segregazione razziale”


Benvenuti alla quinta parte della rubrica “Contro il Pelecidio” che consiste nella pubblicazione, una volta a settimana, di una mini-intervista allo scrittore Luca Sciacchitano sui temi del suo ultimo interessantissimo saggio intitolato “Pelecidio, perchè è moralmente giusto criticare Israele” – edito da Multimage La casa editrice dei diritti umani – che senza filtri, con cognizione di causa ed una certa parresia, mette sotto accusa quello che è il colonialismo israeliano, il sionismo, l’occupazione belligerante di Israele in terre palestinese, i crimini di guerra, il terrificante sistema d’apartheid razzista e il “genocidio incrementale” messo in atto da ormai più di 70 anni, svelando apertamente le strategie colpevolizzanti della hasbara israeliana e della strumentalizzazione sionista della Shoah.

Analizziamo dunque il settler colonialism e il sistema d’apartheid sionista in Palestina. Perchè è moralmente giusto criticare Israele?

Per impostare ogni successivo ragionamento occorre sgomberare il campo dalle accuse di antisemitismo rivolte a ogni critica verso lo stato di Israele.
Questo bias retorico e manipolatorio è stato dettagliatamente analizzato in un nostro articolo precedente, in cui incasellavamo il progetto sionista all’interno di un quadro politico per stessa ammissione di Theodor Herzl, padre fondatore del sionismo.
Trattandosi dunque di progetto politico, la valutazione ed eventuale critica al sionismo rientra appieno nel reticolo costituzionale dei diritti garantiti dalle democrazie.
Appurata la legittimità della critica, possiamo fare un passo in avanti e analizzare il perché sia moralmente giusto esplicitarla.

Su questo punto ci offre uno spunto di riflessione l’ordinanza della Corte Penale Internazionale del 26 gennaio 2024; nell’accogliere la richiesta Sudafricana di procedimento contro lo Stato di Israele per atti di genocidio, la Corte mette nero su bianco che “dopo un esame dettagliato di tutti gli aspetti, […] ritenendo plausibili almeno alcune delle pretese del Sudafrica […] in attesa della decisione della Corte sulla sussistenza o meno di atti di genocidio, sembra possibile quantomeno affermare la violazione del diritto internazionale umanitario da parte di Israele”.

Tolta dunque l’inesistente tara antisemita, carta tentata per tacitare la libertà di parola, e considerata la plausibilità degli atti genocidali in corso, ritengo che l’umanità tutta, per lo meno nella sua componente occidentale, non possa esimersi dal criticare fermamente l’imbarbarimento di un’azione militare volta a causare gravi sofferenze alla popolazione civile. Non può esimersi per diverse motivazioni, le cui principali sono la difesa dei nostri millenari valori e il rigetto del sospetto di complicità.
Sul primo punto, la tutela dei nostri millenari valori, non è un mistero che la cultura occidentale sia stata storicamente portatrice di valori cavallereschi e cristiani, improntati alla tutela dei più deboli quali donne, bambini, anziani. Disconoscere oggi questi valori significherebbe disconoscere la nostra storia e le nostre radici morali. Anche fosse solo per spirito d’inerzia, per rimarcare ciò che siamo senza stare a rifletterci più di tanto, il criticare l’uccisione indiscriminata di innocenti rientra a pieno titolo nel nostro istinto valoriale.

In sintesi: criticheremmo qualsiasi genocidio, a prescindere. Perché nel nostro DNA valoriale è dato per assodato. E, se qui mi è permessa una polemica, è abbastanza misera quella destra nazionalista che, richiamandosi ai valori occidentali, disconosce quanto di ovvio appena scritto sopra.
Il secondo punto, ovvero il rigetto del sospetto di complicità, ci obbliga a criticare le azioni dello stato di Israele perché il non farlo, l’inerzia, l’ignavia ci renderebbe in qualche modo complici di quelle azioni. Non riflettendoci sopra, sicuramente ci si potrebbe ritrovare impaludati dentro una complicità incolpevole.
Ma chiunque abbia riflettuto sugli eventi, chi sta leggendo queste parole, chi ha visto le immagini dei bambini ricoperti di sangue negli ospedali, non può scegliere la pigra complicità: egli “sa”, ha visto. E diventa per lui moralmente obbligatorio prendere una distanza da ciò che ha visto; moralmente giusto il criticarla.

Prestito personale

Delibera veloce

 

Pur non ignorando le ataviche sofferenze patite dal popolo ebraico nei millenni, seppur in compagnia di tutte le altre culture/religioni non allineate al pervasivo cristianesimo medievale, dobbiamo venire a patti (e il popolo ebraico per primo) con la “scoperta” che il fluire della storia non può essere interrotto a nostro piacimento.

La Shoah è stato l’evento apicale nella gaussiana di sofferenze del popolo ebraico ma, da allora, la catena di azioni-reazioni ha continuato a sibilare attraverso il tempo e le sue spire sono arrivate fino a oggi, ribaltando le carte e rischiando di sfibrare il manto di benevolenza che l’olocausto aveva adagiato sulle spalle degli ebrei. Ogni passaggio da vittima a carnefice è quanto di più nefasto possa mai essere narrato, in quanto tende a sollevare dubbi sulla reale natura dei soggetti coinvolti; la trasmutazione da benevolenza a disprezzo è un frutto avvelenato che nessuno oggi può più permettersi.
E dunque, sulla stessa traccia di onestà intellettuale, non possiamo raccontarci qui che lo scontro tra palestinesi e israeliani sia nato il 7 ottobre 2023, a seguito degli atti terroristici di quei giorni.
Era addirittura il 1891 quando Ahad Ha’am, filosofo ebreo e fautore di un sionismo moderato, visitava per la prima volta la Palestina e raccontava l’atteggiamento dei coloni verso i nativi: “trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, violano ingiustamente, li picchiano vergognosamente senza una ragione sufficiente e persino si vantano delle loro azioni. Non c’è nessuno che possa fermare il diluvio e porre fine a questa tendenza spregevole e pericolosa”, sollecitando gli ebrei “a non provocare l’ira dei nativi facendo loro del male… a trattare queste persone con amore e rispetto e, inutile dirlo, con giustizia e buon senso”. (La Verità dalla terra di Israele – Hamelitz, S. Pietroburgo, 1891)

Già alla fine dell’800 Ahad Ha’am aveva compreso la natura coloniale del progetto sionista. Un colonialismo che diversi studiosi hanno cesellato aggiungendovi la locuzione “da insediamento”.
Bartolomei, nel suo saggio dal titolo Sionismo come colonialismo di insediamento lo caratterizza in base alla finalità: “l’eliminazione dei nativi e la loro sostituzione con comunità esogene portatrici di un’istanza esclusiva di sovranità. […] (il colonialismo d’insediamento n.d.r.) risponde a una logica di eliminazione, in quanto mira alla terra del colonizzato”.

Dunque, non siamo di fronte al più storicamente diffuso colonialismo da sfruttamento, bensì una nuova tipologia di colonialismo in cui, come spiega Veracini nel suo Introduzione al colonialismo di insediamento, “i coloni vengono per restare [e sostituirsi ai nativi]. La logica dell’eliminazione prevale su quella dello sfruttamento”.

Ma che il progetto sionista fosse marcatamente colonialista non è un’ipotesi nata in tempi recenti. Già nella seconda metà del secolo scorso il sociologo Maxime Rodinson concludeva, dopo dettagliata analisi, che “voler creare uno stato puramente ebraico, o prevalentemente ebraico, in una Palestina araba nel ventesimo secolo non poteva che portare a una situazione di tipo coloniale e allo sviluppo (del tutto normale, sociologicamente parlando) di una impostazione razzista e, in ultima analisi, a uno scontro militare tra i due gruppi etnici”.

Anche qui, occorre mettere l’accento sulla capacità profetica di Rodinson quando, nel 1973, preconizzava ciò che la Corte dell’Aja avrebbe messo nero su bianco cinquant’anni dopo.
In luglio 2024 la massima Corte mondiale decretava che “l’occupazione militare israeliana ha creato un regime di apartheid e segregazione razziale”.

In questo articolo non avrebbe senso riportare tutti i singoli casi; la sola Amnesty International nel 2022 (quindi ben prima degli attacchi del 7 ottobre 2023) rilasciava un rapporto di 280 pagine in cui veniva analizzato, caso su caso, il regime di apartheid israeliano: dalle pratiche di oppressione e dominio fino ad arrivare a un esaustivo elenco di atti inumani e disumani contro la popolazione. Torture, uccisioni ingiustificate, arresti di minori con violenze sui medesimi, sfollamenti forzati e tutto il campionario di nefandezze che l’odio di un popolo dominatore può riversare sui più deboli.

Un effetto Lucifero, per citare lo psicologo sociale Zimbardo e il suo celebre esperimento alla prigione di Stanford, che ci racconta come l’uomo a volte perda la bussola e si avventuri nei territori del nefando. Senza guida, se non coloro che in questo viaggio di violenza lo accompagnano, ipnotizzato dai pifferi dei cattivi maestri, quest’uomo necessita di una voce esterna che lo riporti all’interno dei confini della civiltà. In quella terra in cui era stata promessa una vita in pace.

Richiedi prestito online

Procedura celere

 

Eccoci arrivati dunque al perché sia moralmente giusto criticare Israele.
Per salvare le vite dei palestinesi? Ovvio.
Ma anche per salvare le anime del popolo ebraico che, senza una lanterna a guidarlo, rischia di vagare ancora a lungo nel crepuscolo di un deserto genocidale la cui sabbia, una volta penetrata nei vestiti, sarà difficile da scrollarsi di dosso per secoli a venire.

Link alle prime 50 pagine in pdf del libro “Pelecidio, perchè è moralmente giusto criticare Israele”: https://www.first-web.it/pelecidio1-50.pdf



Source link

***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****

Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link

Source link

Carta di credito con fido

Procedura celere