Pedivelle corte, la scelta che non ti aspetti sta rivoluzionando ciclismo e triathlon


Jonas Vingegaard, il doppio vincitore del Tour de France, ha acceso i riflettori su un dettaglio apparentemente minuscolo durante una gara di inizio stagione 2025: le sue pedivelle, quei bracci che trasformano la forza umana in velocità, erano più corte del solito. Quasi un giocattolo rispetto agli standard tradizionali. Nessuno si sarebbe aspettato che un campione capace di dominare le salite più brutali del Tour avrebbe scelto di rinunciare a qualche millimetro di leva. Eppure, non è un caso isolato. Da Filippo Ganna, il gigante del crono, a Gustav Iden, astro del triathlon Ironman, sempre più atleti stanno accorciando le pedivelle. Perché? La risposta è un mix di scienza, pragmatismo e una buona dose di ribellione contro i dogmi del passato. Per dirla tutta, la sua non è una vera innovazione, ma bensì un’accentuazione ad un filone.

Tradizionalmente, i ciclisti hanno sempre considerato le pedivelle lunghe uno strumento per sfruttare al massimo la forza delle gambe, soprattutto in salita. “Più lunga è la leva, più potenza generi”, recitava il mantra. Ma negli ultimi anni, biomeccanici e ingegneri hanno iniziato a mettere in discussione questa logica. Con un’osservazione semplice: una pedivella più corta riduce l’angolo di flessione del ginocchio, permettendo una pedalata più rotonda e meno stressante per le articolazioni.

Non è una teoria da laboratorio. Chris Froome, quattro volte vincitore del Tour, ha adottato pedivelle da 165mm anni fa per alleviare il dolore alle ginocchia dopo un grave incidente. “Mi ha cambiato la vita”, ha confessato in un’intervista. Anche Mathieu van der Poel, noto per le sue esplosive accelerazioni, preferisce pedivelle corte per mantenere una cadenza elevata senza affaticare i quadricipiti. E poi c’è Ganna, l’uomo dei record dell’ora, che in cronometro usa pedivelle da 165mm per abbassare il baricentro e ridurre la resistenza dell’aria. “Più compatta è la posizione, più veloce vai”, spiega il suo biomeccanico.

Se nel ciclismo la rivoluzione è iniziata da poco, nel triathlon le pedivelle corte sono quasi uno standard. Gustav Iden, campione Ironman, le usa da anni. La ragione? Dopo 180 km in sella, i triatleti devono correre una maratona. Meno stress accumulato sui muscoli delle gambe durante la frazione ciclistica, più energia rimane per la corsa. “Con pedivelle più corte, sento meno affaticamento agli hamstring e posso scendere dalla bici pronto a correre”, racconta Iden.

La logica è supportata da studi: una ricerca pubblicata sul International Journal of Sports Physiology and Performance ha dimostrato che ridurre la lunghezza delle pedivelle di 10mm diminuisce del 7% il carico sui muscoli posteriori della coscia, un vantaggio cruciale per atleti che devono gestire sforzi multidisciplinari. Non a caso, brand come Cervélo e Canyon stanno sviluppando telai specifici per triathlon con geometrie ottimizzate per accorciare la pedalata senza sacrificare la potenza.

Non tutti, però, sono convinti. I puristi sostengono che le pedivelle corte siano un compromesso: sì, proteggono le ginocchia, ma riducono la leva meccanica, costringendo gli atleti a pedalare più velocemente per mantenere la stessa potenza. “È una questione di preferenza individuale”, ammette il coach americano Neal Henderson, che ha lavorato con squadre WorldTour e triatleti olimpici. “Alcuni atleti hanno una biomeccanica che si adatta meglio alle pedivelle corte, altri no. Non esiste una taglia unica”.

Dilazioni debiti fiscali

Assistenza fiscale

 

C’è poi un altro elemento: l’estetica. Le pedivelle corte, su bici da corsa slanciate, sembrano quasi fuori posto. “All’inizio mi sentivo ridicolo”, ride Sam Laidlow, vicecampione Ironman Hawaii. “Ma quando hai 200 watt in più nelle gambe durante la maratona, smetti di preoccuparti dell’aspetto”.

Se c’è un nome che ha portato l’attenzione globale sulle pedivelle corte, è quello di Tadej Pogacar. Il due volte vincitore del Tour de France e campione del mondo in carica e vincitore di innumerevoli classiche, Pogacar ha iniziato a utilizzare pedivelle da 165mm già nel 2022, suscitando curiosità e dibattito. “All’inizio ero scettico”, ha ammesso il corridore sloveno in un’intervista. “Ma dopo averle provate, ho capito che mi permettevano di mantenere una cadenza più alta senza affaticare i muscoli, soprattutto nelle salite più ripide”.

Pogacar, noto per la sua versatilità e capacità di dominare sia le tappe montane che le cronometro, ha dimostrato che le pedivelle corte non sono solo una scelta per specialisti, ma un vantaggio per chi cerca la perfezione biomeccanica. “Quando vedi un campione come Tadej fare una scelta così radicale, capisci che c’è qualcosa di serio dietro”, commenta il suo direttore sportivo, Mauro Gianetti.

Il futuro è corto?

Con campioni del calibro di Vingegaard, Ganna e ora Pogacar che abbracciano questa tendenza, è difficile ignorare il potenziale delle pedivelle corte. Che sia una moda o una svolta epocale, i produttori stanno cavalcando l’onda. Aziende come Rotor e SRAM offrono già pedivelle personalizzabili tra i 155mm e i 170mm, mentre start-up come Ali Cycling propongono sistemi modulari per testare diverse lunghezze. Anche i team professionisti investono in analisi biomeccaniche avanzate: il Team Visma-Lease a Bike, per esempio, ha un laboratorio mobile che misura ogni millimetro della pedalata dei suoi atleti durante le corse.

Intanto, Pogacar continua a stupire. Dopo aver vinto due Tour de France e numerose classiche con pedivelle “normali”, la sua scelta di accorciarle sembra quasi una sfida: persino i più forti devono evolversi. Forse, in un mondo dove i margini tra vittoria e sconfitta sono misurati in secondi, quei pochi millimetri in meno fanno davvero la differenza. O forse, come dice Ganna con una risata: “Alla fine, è solo questione di sentirsi bene sulla bici. Il resto viene da sé”.



Source link

***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****

Microcredito

per le aziende

 

Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link

Source link