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5 Aprile 2025
L’economia italiana ha bisogno di lavoratori immigrati


Nel nostro Paese il dibattito sull’immigrazione è dominato da retorica politica e preoccupazioni per la sicurezza, ma tace una verità fondamentale: l’Italia ha disperato bisogno di lavoratori immigrati. Non si tratta di una questione ideologica, ma di semplice aritmetica demografica ed economica.

Perché abbiamo bisogno di lavoratori immigrati

Secondo le proiezioni ISTAT, entro il 2050 la popolazione italiana potrebbe ridursi di circa 5 milioni, con un aumento esponenziale della percentuale di ultrasessantacinquenni. Le imprese italiane stanno già affrontando una carenza di manodopera in settori essenziali come agricoltura, edilizia, assistenza agli anziani, ristorazione.

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Secondo le previsioni di Unioncamere – Excelsior, tra il 2024 e il 2028, il fabbisogno di lavoratori delle imprese italiane raggiungerà i 3 milioni, al netto dei dipendenti della pubblica amministrazione. Tra questi, 640 mila sarebbero immigrati. Non è che gli italiani non vogliano lavorare, ma molti lavori, spesso faticosi, poco remunerati e considerati non prestigiosi, vengono talvolta rifiutati dalla manodopera locale, creando dei vuoti che possono essere colmati solo da lavoratori immigrati. Nell’assenza di quest’opportunità, le imprese – già gravate da una pressione fiscale altissima – rischiano di chiudere.

Il contributo economico dell’immigrazione in Italia

Gli immigrati in Italia non “rubano” il lavoro, contribuiscono all’economia. Generano circa il 9% del Pil nazionale – secondo i dati della fondazione Leone Moressa – e hanno un’età media inferiore a quella degli italiani (35,7 anni contro i 46,9 degli italiani). Ciò significa che contribuiscono in modo sproporzionato al sistema previdenziale, dando più di ciò che ricevono. Solo nel 2023 hanno dichiarato redditi per 72,5 miliardi di euro e versato 10,1 miliardi di Irpef. Inoltre, dal 2013 al 2023, sono cresciuti gli imprenditori immigrati del 27,3%, mentre quelli italiani sono diminuiti del 6,4%. I troppi che si preoccupano del “costo” dell’immigrazione dovrebbero calcolare i costi economici che derivano dalla sua insufficienza e dalla mancanza di politiche di integrazione efficaci.

Il paradosso italiano

Le imprese chiedono a gran voce manodopera straniera, gli economisti sottolineano il contributo positivo dell’immigrazione e i dati del ministero della Giustizia ci dicono che gli immigrati delinquono meno degli italiani e, quei pochi che lo fanno, per reati minori. Tuttavia gran parte dell’opinione pubblica e della politica continua a considerare l’immigrazione come un problema di sicurezza e identità culturale.

Questa dissonanza cognitiva tra realtà economica e percezione pubblica è alimentata dalla narrazione politica che troppo spesso preferisce raccogliere consenso facile, facendo leva sulla paura. Sarebbe molto più complesso, invece, educare sui benefici economici dell’immigrazione regolare.

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Come spiegato dal filosofo sloveno Slavoj Žižek, la politica ha bisogno di un “grande altro” da usare come capro espiatorio, su cui scaricare la responsabilità della propria incapacità d’azione. Gli immigrati rappresentano il più frequente usato dalla destra, come dimostra la spinosa questione dei centri per migranti in Albania. A sinistra, d’altro canto, non si può non considerare l’incapacità comunicativa di chi parla del fenomeno soltanto durante le campagne elettorali, quando scoppia l’ennesimo caso Diciotti o quando si vogliono mostrare i denti dai banchi dell’opposizione. Senza un piano preciso che connetta la teoria alla prassi, in modo costruttivo, difficile rappresentare un’alternativa.

L’unico passo avanti? Il mea culpa di una parte del Partito democratico – perché l’altra è ancora in pausa di riflessione – che, con Elly Schlein, condanna il vergognoso Memorandum siglato con la Libia nel 2017, sostenuto da Marco Minniti, allora ministro dell’Interno sotto il governo Gentiloni. Quale sia il programma sulla sensibilizzazione pubblica in merito alle opportunità dell’immigrazione in Italia, invece, sfugge. Come sfugge la stessa consapevolezza dei suoi benefici per il nostro Paese, che vanno ben oltre la semplice solidarietà e il salvataggio delle vite in mare.

Un cambio di paradigma

Non riconoscere che l’economia italiana abbia bisogno di immigrati significa condannare il nostro Paese a un lento e irrimediabile declino, di cui saranno responsabili tutte le parti politiche. Se vogliamo mantenere il nostro sistema pensionistico, sostenere la crescita economica e preservare il nostro modello sociale, dobbiamo accettare questa semplice verità.

La politica migratoria dovrebbe essere guidata dal pragmatismo economico e non dall’emotività, in modo da sviluppare politiche razionali che si occupino da una parte di non dire di mettere “confini” impossibili e, dall’altra, di trasformare l’immigrazione in un volano di crescita per il nostro Paese. Oggi, più che mai, bisogna facilitare l’ingresso legale di lavoratori di cui l’economia ha bisogno, smettere di parlare di immigrazione soltanto in termini di emergenza umanitaria e investire su formazione e integrazione.

Non ci resta che augurarci “figli immigrati”.



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