6 Aprile 2025
Dazi, ultime notizie di oggi, in diretta | Trump: «Resistete non sarà facile ma vinceremo». Panico per il crollo dei mercati: il segretario al Tesoro Usa Bessent pensa all’addio


Il punto della situazione, ad ora

(Alessandro Trocino

«Le borse giù? Pensavo peggio». (J. D. Vance)
«Questo è un grande momento per arricchirsi». (Donald Trump)

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L’aplomb del vicepresidente americano e l’entusiasmo del presidente non sembrano contagiare il mondo. Al momento, i primi segnali dopo l’annuncio del «Liberation day», ovvero l’imposizione dei dazi americani al mondo, sembrano tutti molto negativi

Le borse crollano, il Fondo monetario internazionale parla di «un rischio significativo per le prospettive globali», le stime italiane ipotizzano una contrazione del Pil e persino i miliardari americani hanno perso enormi somme di denaro. In quella che la Russia definisce «un’economia globale in subbuglio», la Cina reagisce con contro dazi e l’Europa valuta il da farsi. Ovvero se e come rispondere, per non incoraggiare con l’inerzia l’amministrazione Trump, senza che questo si riveli un boomerang per l’economia europea.

Chi si impoverirà è chiarissimo, mentre non lo è affatto chi si arricchirà. Ma già porre in questi termini la questione del commercio internazionale e dei rapporti tra gli Stati è indicativo dei rischi di un’instabilità che potrebbe durare a lungo. Perché dagli anni ‘30 non c’era mai stata un’ondata così pesante di protezionismo e perché l’aggressione tariffaria degli Stati Uniti configura una guerra commerciale. Conflitto che in passato si è spesso trasformato in una guerra vera. Senza aggettivi.

Oggi è sabato 5 aprile, si chiude la prima settimana della nuova era post dazi.

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La Cina, il Wto e il panico
La Cina ha risposto alle restrizioni Usa con due mosse: ha annunciato di aver presentato un ricorso nell’ambito del meccanismo di risoluzione delle controversie al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio; e ha annunciato contro dazi al 34% sulle importazioni dagli Stati Uniti. Pechino ha spiegato anche di aver inserito 16 aziende americane «che mettono a rischio la sua sicurezza nazionale e i suoi interessi» nella lista di controllo delle esportazioni. E ha fatto sapere che potrebbe bloccare l’esportazione negli Stati Uniti delle terre rare, di cui ha praticamente il monopolio nell’estrazione e nella lavorazione.

La reazione di Trump è stata dura. La si può interpretare come strafottente o come sorpresa: «La Cina se l’è giocata e si è fatta prendere dal panico. L’unica cosa che non possono permettersi di fare».
Paolo Salom, nel frattempo, esprime il timore di molti: «La Cina, la fabbrica del mondo, dovrà per forza trovare nuovi mercati per le sue merci. Dunque, sostiene per esempio il Wall Street Journal, dovremo prepararci a un possibile «diluvio» di prodotti per un valore mostruoso — 400 miliardi di dollari è la stima — pronti a invaderci grazie a politiche di dumping».

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Borse a precipizio, Milano è la peggiore
L’Europa ha bruciato in borsa altri 819 miliardi, che si sommano ai 422 miliardi della vigilia e che portano il saldo negativo a oltre 1.241 miliardi in due giorni. Milano ha azzerato i guadagni del 2025, con un ribasso clamoroso del 6,53%. Un punto percentuale in meno, rispetto a quello scatenato dall’attacco alle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001. Gli indici di Wall Street sono crollati del 5%, dopo aver archiviato la peggior seduta dal 2020. Parigi ha perso il 4,26%, Francoforte il 5,09%, Londra il 4,94%, Madrid il 6,12%. Crolla anche il prezzo del petrolio, portandosi sui minimi dal 2021.

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La Fed disobbedisce a Trump
Il capo della Fed, la banca centrale statunitense, Jerome Powell ha deluso le aspettative della Casa Bianca annunciando che i dazi faranno salire l’inflazione e dunque è presto per tagliare i tassi. Una comunicazione che ha mandato su tutte le furie Trump che invece aveva scritto un perentorio messaggio intimando al banchiere di smettere di fare politica e di «tagliare i tassi d’interesse». Gli economisti si stanno sbizzarrendo sulle possibili ripercussioni per gli Stati Uniti. Che potrebbero vedere diminuire l’export e aumentare il deficit commerciale. Non un gran risultato, a occhio, per Washington.

Scrive Federico Fubini che, con un anno e mezzo di anticipo, è partito l’assalto alla Fed: «Una banca centrale indipendente deve sembrare un relitto di un tempo che fu. Incompatibile nel nuovo sistema di cui lo stesso Trump è l’incarnazione più rumorosa, non certo l’unica».

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I tecnocapitalisti della destra perdono miliardi
Le 500 persone più ricche del mondo hanno perso 208 miliardi di dollari nel tracollo dei mercati. Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha perso 18 miliardi dopo che il gruppo dei social è sceso del 9% a Wall Street. Poco meglio è andata a Jeff Bezos: il patrimonio si è ridotto di 16 miliardi a causa del calo del 9% di Amazon. Elon Musk ha perso 10 miliardi per via della discesa del 5,5% di Tesla. Basterà a far venire qualche dubbio anche a loro?

Nel frattempo, Trump – mentre volava in Florida per un torneo di golf – ha mostrato la «Gold Card» (con il suo volto) che garantirà un permesso di soggiorno permanente negli Stati Uniti, alla modica cifra di 5 milioni di dollari, a ricchi stranieri.

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Recessione e midterm
L’apparente ottimismo di facciata dei repubblicani è stato rotto dal senatore texano Ted Cruz, alleato di Trump, che nel suo podcast ha spiegato che in caso di recessione le elezioni di Midterm saranno «un bagno di sangue». Nel senso che molti repubblicani rischiano di perdere la poltrona.

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Dazi in arrivo anche sui farmaci
Rispondendo ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, ieri il presidente Usa ha dichiarato che le tariffe sui farmaci e sui microchip saranno annunciate a breve. Quelle sui «chip inizieranno molto presto». E anche le tariffe sul «pharma cominceranno ad arrivare, credo, a un livello che non abbiamo mai visto prima». E qui si aprirà anche una questione etica. Perché se al presidente americano, evidentemente, la salute dei cittadini non americani interessa poco o niente, gli europei dovranno capire se porre contro dazi anche sui loro farmaci. Considerando che molti medicinali usati negli Stati Uniti si trovano soltanto in Europa.

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Che effetti avranno i dazi per l’Italia e l’Europa?
Nel 2025 il prodotto interno lordo crescerà solo dello 0,6%
, ma la situazione potrebbe peggiorare per le eventuali misure ritorsive da parte della Ue e delle altre economie e per la crisi delle borse. La prima stima ufficiale dell’impatto della guerra commerciale è della Banca d’Italia, che ha aggiornato le sue previsioni sull’economia italiana del prossimo triennio. Complessivamente, tra il 2025 e il 2028, i soli dazi imposti dagli Usa costeranno 0,7 punti di Pil alla crescita italiana. Secondo le stime elaborate dal Centro Studi di Conflavoro, ci sarà una perdita secca sull’export di 2 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro a rischio. Secondo l’Ufficio studi di Cia-Agricoltori Italiani, i dazi imposti dagli Usa metterebbero a rischio il settore agroalimentare di una provincia italiana su cinque.

I dazi di Trump – secondo un’analisi realizzata da Teha Group – rischiano di tradursi in un incremento dei costi doganali pari a 104,4 miliardi di euro per l’Unione europea. Germania e Italia sarebbero particolarmente colpite, con +34 e +14 miliardi rispettivamente. In questo scenario, i settori più penalizzati sarebbero i macchinari (3,43 miliardi), l’automotive (-2,55 miliardi) e la farmaceutica (-1,58 milioni), seguiti da agroalimentare (-1,34 milioni) e moda (-1,16 miliardi).

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Come ha reagito Georgia Meloni?
Con cautela, come era prevedibile, perché la nostra premier non ha mai nascosto di essere in sintonia politica con Trump e, nel contempo, si è posta come cerniera tra l’Europa e gli Stati Uniti. Così, la prima reazione è stata quella di minimizzare: «Non è una catastrofe», ha detto e ripetuto. Ha ammesso, però, e difficilmente poteva fare il contrario, che quella di Trump «è una decisione sbagliata».
Ma si è subito affrettata ad aggiungere che non è detto che i dazi del 20 per cento comporteranno un rialzo dei prezzi equivalente: «Le esportazioni italiane negli Stati Uniti valgono il 10% del totale. L’introduzione di dazi può, forse, ridurre questa quota di export. Ma i dazi all’importazione, con ogni probabilità, saranno in parte assorbiti».

La posizione del governo è scettica su una controffensiva a base di contro dazi. Lo ha ripetuto ieri Meloni, aggiungendo che «il panico e l’allarmismo possono causare danni ben maggiori di quelli strettamente connessi con i dazi».

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Secondo il ministro Antonio Tajani, l’Italia dovrebbe evitare contromosse europee che la danneggerebbero in alcuni settori (facendo scattare altri dazi), come motocicli, superalcolici, di cosmetica, beauty, gioielleria.
Per il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso, bisogna lavorare per creare un’area di libero scambio euro-atlantica, in modo da aprirci ad altri mercati: «Abbiamo chiesto all’Europa di finalizzare nuovi accordi di scambio con aree in crescita e aperte. Mi riferisco all’India, al Consiglio di cooperazione del Golfo, all’Australia, all’Indonesia, alla Malesia». L’opzione di trovare nuovi mercati è molto gettonata. Tomaso Montanari, a Otto e Mezzo, ha invitato l’Europa ad «aprirsi al mondo»: «C’è vita fuori dall’Occidente». Ma, come è stato fatto rilevare da molti, non sarà facile farsi comprare Barolo e Parmigiano reggiano da cinesi e indonesiani.

E quindi, cosa propone Meloni?
Cinque i rimedi possibili genericamente enunciati dalla premier.
1. Avviare una trattativa europea con Washington per ridurre, e se possibile, azzerare i dazi.
2. Stoppare il green deal, soprattutto sull’automotive.
3. Rafforzare la competitività delle imprese.
4. Semplificare e accelerare il mercato unico.
5. Sospendere il patto di stabilità, attraverso la deroga prevista dalla clausola di salvaguardia.

Oppure? Andare da Trump
Marco Galluzzo scrive il retroscena che rischia di essere il più importante e si chiede: perché la premier ha cancellato i suoi impegni? Sta pensando di andare da Trump? Scrive Galluzzo: «È possibile che la premier ottenga un via libera dalla diplomazia americana prima dell’arrivo del vicepresidente JD Vance a Roma, il 19 aprile. E potrebbe essere questa la ragione per cui è stato riprogrammato un incontro intergovernativo con Erdogan e i suoi ministri, nella Capitale, inizialmente fissato, anche se mai comunicato ufficialmente dai due governi, per il 17 aprile».

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E l’Europa cosa farà?
Lunedì la Commissione presenterà ai governi le due liste di prodotti Usa che saranno colpiti in risposta ai dazi che gli Stati Uniti hanno imposto su acciaio e alluminio Made in Eu. Ci dovrebbe essere un voto il 9 aprile e in caso di via libera entrerebbero in vigore il 15 aprile. Ma il problema vero è cosa fare in generale.

Ieri il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic ha parlato per due ore in videoconferenza con il segretario al Commercio Usa Howard Lutnick e l’ambasciatore Jamieson Greer. «Sono stato chiaro: i dazi statunitensi sono dannosi e ingiustificati. La relazione commerciale Ue-Usa ha bisogno di un nuovo approccio. L’Ue si è impegnata in negoziati significativi, ma è anche pronta a difendere i nostri interessi». Insomma, ancora non si è deciso che fare, tra chi vuole la linea dura, come la Francia, e chi frena, come l’Italia. Mettere i contro dazi potrebbe essere controproducente. Ma non metterli potrebbe essere peggio. Come diceva ieri Carlo Cottarelli, «uno degli svantaggi di mettere dazi è che gli altri poi mettono controdazi. Se però non lo fai, finisci per avvantaggiare chi li mette».

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Cosa potrebbe fare d’altro?
Lo suggerisce Ferruccio de Bortoli: «Gli investimenti diretti europei negli Stati Uniti ammontano a 2,2 trilioni. I risparmiatori europei detengono 9 trilioni di azioni americane. L’Unione europea è il primo detentore straniero del debito pubblico statunitense con 1,7 trilioni, pari al 5 per cento. Gli argomenti razionali per rispondere a scelte apparentemente irrazionali non mancano. Il coraggio forse».

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Cosa vuole Salvini?
Differenziarsi, come sempre. Essere il più trumpiano dei trumpiani. E nello specifico, secondo la Lega, Meloni dovrebbe andare a trattare personalmente con Trump per rispondere ai suoi dazi. Da più parti, anche e soprattutto nel governo, si è ripetuto che questo è tecnicamente impossibile, perché il commercio è di competenza della commissione europea e quindi la decisione di mettere dazi, e quanti, spetta solo a Bruxelles, al commissario Ue Maros Sefcovic.
Ma i leghisti lo sanno benissimo: quello che vogliono è che si prendano le distanze dal resto dell’Europa e si chiedano e ottengano condizioni di favore per l’Italia da parte degli Stati Uniti. Trump apprezzerebbe la posizione italiana che incrina l’unità europea e qualche favore potrebbe farlo. Da segnalare Luca Zaia, che invece parla di dazi «dannosi» e chiede che l’Europa «vada compatta a trattare». L’opposto di quel che dice Salvini.

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E l’opposizione?
Elly Schlein accusa Meloni di essersi fatta trovare impreparata. Che fare, dunque? Innanzitutto, dice, aiutare i lavoratori: «Più di 5 milioni ancora attendono il rinnovo del contratto. Bisogna approvare il salario minimo che Meloni ha voluto affossare. Dobbiamo darci una svegliata e una mossa». La ricetta del dem Dario Nardella è ambiziosa, ma forse non del tutto realistica: «Dobbiamo cominciare a dire a tutti i nostri cittadini che bisogna comprare italiano, comprare europeo».

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La tentazione delle aziende di spostarsi negli Usa
Se c’è una cosa chiara nella strategia di Donald Trump, non sempre cristallina, è il tentativo di reindustrializzare l’America e di farlo con il reshoring (facendo tornare a casa aziende che erano andate altrove) e attirando le imprese straniere a investire direttamente sul territorio degli Usa. Il meccanismo è chiaro: se producete in Italia o Francia, vi tassiamo con i dazi e non vendete più. Se venite da noi, non ci saranno i dazi. E in più ci saranno per voi incentivi e agevolazioni.

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Non solo un piano teorico, come racconta Rita Querzè sul giornale, visto che si moltiplicano gli incontri in Italia, per applicare il piano SelectUsa, con il supporto di AmCham, la Camera di commercio americana in Italia. A marzo ci sono già stati molti incontri, a Treviso, Bologna, Milano e Napoli. Gran finale dall’11 al 14 maggio, con gli imprenditori italiani invitati a Washington. Come impedire queste delocalizzazioni, che rischiano di fare molto male all’Italia? Ci stanno pensando Illy Caffè, Granarolo, Lavazza e chissà quante altre aziende. Servirebbe investire per aiutare le aziende italiane, come fa il governo spagnolo di Sanchez, ma qui non ci sono soldi. 

​(Questa analisi è apparsa su PrimaOra, la newsletter che il Corriere riserva ai suoi abbonati. Per riceverla occorre iscriversi a Il Punto: lo si può fare gratis per 30 giorni qui)



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