5 Aprile 2025
Il lodo del bourbon. L’Ue si incarta fra distinguo ed esenzioni, la risposta a Trump può slittare


Il Canada introduce dazi del 25 per cento su tutti i veicoli statunitensi non coperti dall’accordo commerciale con gli Usa. “La relazione con gli Usa non sarà più la stessa, l’Europa lo sappia. Trump vuole un reset del commercio globale e capisce solo il linguaggio della forza”, così la ministra degli Esteri canadese, Mélanie Joly, avverte i colleghi europei alla ministeriale della Nato a Bruxelles. L’altro big player colpito dai dazi di Trump, la Cina, impone il 34 per cento su tutte le importazioni dagli Usa e presenta un ricorso in sede Wto. L’Unione europea, malgrado i consigli della canadese Joly, è bloccata nelle sue divisioni. Sempre di più. Tanto che, apprende Huffpost, rischia di slittare la data del 15 aprile fissata inizialmente per l’entrata in vigore delle prime contromisure contro i dazi americani su acciaio e alluminio, per un valore di 4,5 miliardi di euro. Di conseguenza, potrebbe slittare anche quella del 15 maggio, per l’entrata in vigore del secondo pacchetto, per un valore di 18 miliardi di euro.

La guerra commerciale del tycoon è test per eccellenza di unità dell’Ue. I dazi di Trump sono l’amo perfetto per l’abboccamento degli interessi nazionali. Nella discussione su cosa tassare per rispondere ai dazi al 25 per cento su acciaio e alluminio, i primi imposti dal presidente Usa a partire dal 12 marzo scorso, ogni Stato sta dicendo la sua, avanzando la richiesta di escludere questo o quel prodotto. Solo la Francia è convinta che bisognerebbe mettere la pistola sul tavolo e per superare i veti delle altre capitali sui prodotti da tassare, Parigi propone di colpire in modo diverso, dallo stop agli investimenti negli Usa ad azioni contro le big tech, e poi negoziare con la Casa Bianca. “Risponderemo su una serie di prodotti su cui non rischiamo di disorganizzare la scala di valore in Europa – dice il ministro dell’Economia francese Eric Lombard – La risposta può essere molto vigorosa e non dobbiamo rispondere esattamente con le stesse armi perché se facciamo come gli Stati Uniti, avremo anche un effetto negativo in Europa”, con inflazione e calo della crescita.

Sconto crediti fiscali

Finanziamenti e contributi

 

Dunque, per la Francia bisogna andare “oltre i dazi doganali”. Nel suo incontro con il Commissario al commercio Maros Sefcovic ieri a Bruxelles, il vicepremier Antonio Tajani ha presentato una lista di trenta prodotti Usa da escludere dalla reazione europea. Per Roma, non va assolutamente toccato il bourbon, altrimenti Washington scatena dazi del 200 per cento sui vini europei. E poi non andrebbero colpite “le aziende Usa di motocicli, di superalcolici, di cosmetica, beauty, gioielleria, perché noi esportiamo in questi settori più di quanto importiamo”, dice Tajani parlando con i cronisti al quartier generale Nato.

Naturalmente l’Italia non è la sola a esercitarsi nei distinguo. Anche l’Irlanda sta chiedendo di escludere il bourbon per gli stessi motivi del governo di Roma: evitare dazi sugli alcolici esportati negli Usa. Ma in più Dublino chiede alla Commissione europea di fermarsi nel proposito di tassare le big tech americane, che hanno sede in Irlanda, paradiso fiscale per i giganti tecnologici. E così slitta l’idea di Ursula von der Leyen di punire Apple e Meta già questa settimana per le violazioni del Digital service act, la legislazione europea approvata nella scorsa legislatura per tutelare il rispetto della concorrenza e la democrazia online. E per le stesse motivazioni slitta anche la multa di oltre un miliardo di euro pronta per X di Elon Musk, di cui scrive il New York Times. Secondo il quotidiano, non verrà annunciata prima dell’estate. Fonti della Commissione europea negano che ci sia già una decisione sulle multe: “L’inchiesta sulle violazioni del Digital market act è ancora in corso a livello tecnico”.

Von der Leyen, oggi in Asia centrale dove lanciare un piano di investimenti per 12 miliardi di euro per dare prova dell’intenzione europea di diversificare gli accordi commerciali il più possibile in risposta all’aggressione di Trump, ha dunque le mani legate perché gli Stati non riescono a trovare un accordo su come reagire alla furia del tycoon. E manca un input determinato anche dalla presidenza di turno, nelle mani della Polonia fino a fine giugno. 

“Non dobbiamo rovinare le relazioni e il commercio transatlantico che per noi restano molto importanti”, ci dice una fonte diplomatica di Varsavia, invitando alla cautela. Atteggiamento condiviso da Roma. “Le prove muscolari in materia di dazi provocano un danno economico a tutti – dice Tajani – È stato sbagliato aprire questo confronto, sarebbe sbagliato reagire con una guerra dei dazi. Se il Consiglio europeo di lunedì deciderà di scongelare la lista dei beni americani che potrebbero essere soggetti a dazi, lo si dovrà fare valutando quali sono i prodotti che non provocano danni alle nostre imprese e al nostro export”.

Trasforma il tuo sogno in realtà

partecipa alle aste immobiliari.

 

Ma, a quanto si apprende, il consiglio dei ministri degli Esteri di lunedì a Lussemburgo non è pronto per dare l’ok ad alcuna lista. Il 9 aprile la Commissione europea dovrebbe mettere ai voti degli Stati membri le due liste di contromisure, nell’apposito comitato sul commercio, a maggioranza qualificata (almeno 15 Paesi che rappresentino il 65 per cento della popolazione). La stessa maggioranza è richiesta per respingere la proposta. Due pacchetti: nel primo ci sono le misure decise dall’Ue nel primo mandato di Trump, in risposta alla prima ondata di dazi su acciaio (25 per cento) e alluminio (10 per cento) e sospese negli anni 2018 e 2020, valore 4,5 miliardi di euro. Nel secondo pacchetto ci sono delle misure aggiuntive per un valore di 18 miliardi di euro, perché i nuovi dazi americani colpiscono al 25 per cento anche l’alluminio. Nel primo caso si va dalle barche al bourbon alle motociclette. Il secondo pacchetto comprende un mix di prodotti industriali e agricoli, tra cui acciaio e alluminio, tessuti, pelletteria, elettrodomestici, utensili per la casa, materie plastiche e prodotti in legno, pollame, carne di manzo, alcuni frutti di mare, noci, uova, latticini, zucchero e verdure. Il primo dovrebbe entrare in vigore il 15 aprile, il secondo il 15 maggio. “Ma non me la sento di dire che sono date fisse, visto che continuiamo a rimandare le scadenze”, ci dice un’alta fonte diplomatica. 

E se i lavori vanno a rilento sui dazi su acciaio e alluminio, sul resto lo screening europeo per individuare delle contromisure deve ancora entrare nel vivo. Nel frattempo, come noto, Trump ha aggiunto dazi sull’auto al 25 per cento e i dazi reciproci al 20 per cento su ogni prodotto importato dall’Ue. E sta per colpire anche i prodotti farmaceutici e i chip, esattamente come temono da tempo a Bruxelles. I dazi sui “chip inizieranno molto presto”, dice il presidente, e anche sulla “farmaceutica cominceranno ad arrivare, credo, a un livello che non abbiamo mai visto prima. Stiamo esaminando i prodotti farmaceutici in questo momento”. 

In attesa di un governo a Berlino (prossimo round negoziale tra Cdu-Csu e Spd la prossima settimana), Emmanuel Macron fa la voce grossa. Ieri il capo dell’Eliseo ha chiesto agli imprenditori francesi di non investire negli Stati Uniti. “Facciamo appello al patriottismo”, rincara il ministro dell’Economia francese Lombard. “È chiaro che se una grande azienda francese accettasse di aprire uno stabilimento negli Stati Uniti, darebbe un punto agli americani”. “I dazi statunitensi sono una cattiva notizia sia per i Paesi Bassi che per gli Stati Uniti – dice la ministra olandese Reinette Klever – Me ne rammarico profondamente. I Paesi Bassi vogliono sempre lavorare con gli Stati Uniti, ma come partner alla pari. L’Ue risponderà in modo appropriato, se non riuscirà a eliminare i dazi statunitensi dal tavolo attraverso il dialogo”. C’è “delusione” anche a Londra, benché la Gran Bretagna sia stata ‘graziata’ con dazi solo al 10 per cento. Ma si teme per la differenza di regime doganale tra Irlanda del Nord, che è parte del Regno Unito, e Irlanda, tassata al 20 per cento come il resto dell’Ue. Non solo vacillano gli accordi post-Brexit, ma anche quelli del Venerdì Santo del 1998, si teme per la pace tra Dublino e Belfast. 

Mentre l’Ue tentenna e le borse crollano, a Bruxelles il segretario di Stato Marco Rubio difende a spada tratta le scelte del suo capo. “I mercati stanno crollando, ma hanno solo bisogno di sapere quali sono le regole – dice l’inviato di Trump al termine della ministeriale della Nato – Una volta che sapranno quali sono le regole, si adegueranno. Dobbiamo ripristinare l’ordine globale del commercio. La cosa peggiore è lasciarlo così com’è per sempre. Non possiamo continuare a essere un Paese che non produce cose”. E importa dalla Cina. “È scandaloso. Non consumano nulla. Tutto quello che fanno è esportare, inondare e distorcere i mercati, oltre a tutti i dazi e le barriere che mettono in atto”, attacca ancora Rubio. La Nato e i rapporti transatlantici? Qui ci pensa il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte a chiudere la questione: i dazi non sono “una violazione dell’articolo 2 del trattato di Washington”, che prevede la collaborazione economica tra alleati. “In passato abbiamo visto molti esempi di divergenze di vedute e di scontri sui dazi. È già successo, senza che ciò costituisse una violazione dell’articolo due”. Tutto ok, mentre l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto finora rovina pericolosamente per chine ignote e ingovernabili.

 



Source link

***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****

Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link

Opportunità uniche acquisto in asta

 ribassi fino al 70%

 

Source link

Contributi e agevolazioni

per le imprese