6 Aprile 2025
Cambiare il patto di stabilità per dare più soldi alle imprese


Non solo più soldi alle imprese che producono armi, ma anche a tutte le altre. Per il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti è una «provocazione», ma la richiesta di sospendere le norme del patto europeo di stabilità sugli aiuti di stato alle imprese è un progetto che rivela una visione del mondo. Anticipata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni la proposta è stata esplicitata ieri anche da altri ministri. Quello delegato al Pnrr Tommaso Foti ieri ha sostenuto che «è evidente che in questo momento, se ogni provvedimento deve passare sotto le grinfie degli aiuti di Stato, perdiamo tempo».

In un convegno del Forum Ambrosetti alla Villa d’Este di Cernobbio, Giorgetti ha spiegato ieri il significato di una proposta che risponde «alle richieste di aiuto alle imprese» che saranno colpite dai dazi di Trump e chiedere all’Ue di permettere agli Stati membri di liberare le risorse economiche. La Spagna ha fatto un piano da 14 miliardi di euro ma non ha chiesto modifiche al patto di stabilità. L’Italia non ne ha fatto ancora uno, ma ora ipotizza di chiedere di attivare l’articolo 25 della direttiva 2024/1263 che ha cambiato la governance economica. Si tratta di attivare una «clausola di fuga generale» per «deviare dal percorso della spesa netta stabilito dal Consiglio in caso di grave congiuntura negativa nella zona euro o nell’Unione nel suo complesso». Ai governi sarebbe data la possibilità di aggirare alcune norme sulla concorrenza, e una maggiore libertà di spostare la ricchezza pubblica verso i profitti. Tale cambiamento andrebbe incontro alla richiesta Ue di usare più fondi per il riarmo Ue.

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Ciò avverrebbe a causa di «una grave situazione di rischio economico» che cinque anni fa era rappresentato dal Covid, quando è stato sospeso il vecchio patto di stabilità poi modificato in senso peggiorativo. Oggi la nuova emergenza sarebbe incarnata dalle congetture sui danni prodotti dai dazi di Trump, dalla necessità di pagare di più la Nato e dal riarmo. Tra i due momenti esiste tuttavia una differenza. Un lustro fa sono stati pensati problematici programmi a termine come il «Sure» contro la disoccupazione e il «Next Generation Eu» (e il Pnrr italiano). Oggi, invece, si dà priorità a «un coordinamento del debito nazionale da parte degli Stati». Una soluzione che rischia di penalizzare l’Italia rispetto ad altri paesi, sostiene Giorgetti.
L’impianto regressivo della proposta di riforma del patto di stabilità è stato presentato da Giorgetti con la retorica della «prudenza» e del «realismo». La complicata logica del debito non si tocca. «È un vincolo che non si può ignorare – ha detto Giorgetti – e di cui bisogna tenere conto in ogni decisione». Sta qui, in fondo, il problema del governo. «Gli spazi di bilancio dell’Italia- ha aggiunto Giorgetti – sono profondamente diversi da quelli degli altri. Non è insignificante che qualche paese [la Germania, ndr.] per via delle loro virtù di finanza pubblica, possa invocare un piano di centinaia di miliardi e qualche altro paese [l’Italia, ndr.] questo non lo possa fare».

Questo è il motivo per cui il governo resiste alla proposta di riarmo Ue che rischia di aggravare l’asimmetria sulla quale è fondata l’Ue. Il governo ha avanzato una debole proposta alternativa. Resta il nodo: per quanto riguarda la «difesa», «l’Europa in questo momento non è in grado di fronteggiare la domanda che viene evocata». Soprattutto, questo vale per l’Italia. Questo significa che i soldi mobilitati per il riarmorischiano di finire al complesso industriale-militare Usa.

Giorgetti ha contestato ieri la logica delle politiche europee ispirate all’«illusione tutta keynesiana che da qualche anno affascina» secondo cui ieri la promozione del verde e del digitale, i due pilastri del Next Generation Eu, e oggi dei finanziamenti e della spesa pubblica per la difesa «avrebbero risolto i problemi della competitività europea e quindi promosso una crescita in Europa mai vista dal dopoguerra». Il ministro dell’economia ha un’altra idea: più soldi alle imprese e politiche «pro-business» che eliminino la «burocrazia», leggi regole sugli «aiuti di Stato». In generale questa è la battaglia che le destre fanno contro il Green Deal, equiparato in maniera ideologica ai «dazi interni». È una rivisitazione della teoria dello «sgocciolamento» in chiave liberista. Non risolve le contraddizioni: le amplifica.

La proposta del governo non cambia le norme del patto di stabilità che impongono il contenimento della spesa sociale: i 12 miliardi di euro che colpiscono già oggi ministeri e enti locali. Sempre che la proposta sia accettata, e non è detto, tutto continuerà come prima. Tagli al Welfare, più soldi alle imprese.

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