Nuovo Giornale Nazionale – L’EUROPA CORRE ALLE ARMI. E’ NECESSARIO? E CHI PAGA?


di Lucio Leante

Alle armi, alle armi! Molti leader europei sembrano in preda ad un’acuta ansia (da choc trumpiano) e mostrano un’eccessiva fretta di armarsi fino ai denti e in tempi brevi per prevenire la presunta minaccia russa. Si moltiplicano le videoconferenze e gli incontri. Una decina di loro (gli stessi di una settimana fa a Parigi, tra cui la riluttante, e più riflessiva, Giorgia Meloni) si riuniranno domenica a Londra per fare il punto su Ucraina e riarmo. E’ significativo che vi parteciperanno (come a Parigi una settimana fa) i due leader delle sole potenze nucleari europee, il francese Emmanuel Macron e il premier britannico Keir Starmer. Si pensa cioé già a sostituire l’ombrello nucleare americano sull’Europa con un ombrellino franco-britannico. E’ lecito porsi una domanda: sarebbe una deterrenza credibile e sufficiente? Finora non è mai stata considerata tale. Cosa è cambiato? Inoltre ciò potrebbe segnare una dominanza politica franco-britannica (e in particolare francese), in Europa (e nell’UE). Sono disposti gli altri paesi (e tra questi l’Italia) a subirla?  Sembra istruttiva a tal proposito la querelle intra-europea sull’invio di soldati europei: francesi e inglesi sono favorevoli e gli altri (tra cui l’Italia) sono contrari. Il 6 marzo vi sarà poi a Bruxelles un vero vertice (Consiglio europeo) dei capi di stato e di governo, in cui la Commissione presenterà le sue prime proposte per la costruzione di una difesa europea. “Queste settimane sono state una sveglia per tutti gli europei, una Russia revanscista rappresenta un pericolo chiaro per noi” – ha dichiarato Ursula von der Leyen confermando che le nuove spese per armi degli stati non saranno conteggiate come deficit e quindi avranno il via libera, nonostante il vigente patto di stabilità.

Certo organizzare una difesa europea autonoma è auspicabile. Ma il problema sono i tempi e la misura. La corsa a costruirla in misura completa ed eccessiva e in tempi rapidi è eccessiva e incomprensibile. E’ davvero così attuale la presunta minaccia all’Europa della Russia di Putin? Davvero la Russia di Putin che non è riuscita a sfondare in Ucraina perdendo decine (e forse alcune centinaia) di migliaia di giovani vite russe, è in grado di lanciarsi in nuove avventure militari? Davvero non vede l’ora di invadere i paesi baltici e la Polonia che ormai fanno parte della Nato e quindi ne sarebbero difesi automaticamente in base all’Articolo 5 del trattato atlantico? Questi timori non sembrano realistici. Sembrano piuttosto congetture di paesi ex sovietici basate su una facile e fantasiosa equivalenza tra la Russia di Putin e la Germania nazista degli anni ‘30 del secolo scorso o l’URSS del II dopogierra.

La semplice verità sembra essere che dopo avere sostenuto per tre anni quelle ed altre tesi, oggi riveltesi irrealistiche, i leader europei non se la sentono di smentire se stessi. Ma non se la sentono nemmeno di seguire Donald Trump che non equipara Putin a Hitler o a Brezhnev e oggi lo considera un partner. Trump viene anzi dipinto, soprattutto da politici e commentatori di sinistra,  come un leader autoritario e anti-europeo che avrebbe già smantellato l’Alleanza atlantica e la Nato. Il che non è vero. Con lui non sarebbe possibile addivenire ad un qualsiasi accordo. Anche questo non è affatto vero. Le divergenze euro-americane nascono dal fatto che gli Usa hanno un nuovo presidente ed hanno cambiato linea cambiando i parametri della realtà geopolitca mondiale. Ma i leader europei sono sempre gli stessi e si sentono obbligati a perseverare per ora nelle vecchie posizioni. Per ora.

Continuare a sostenere, sia pure in misura decrescente, l’Ucraina fino ad una tregua delle armi e ad un accordo di pace è necessario sia per gli europei sia per gli americani di Trump, che certamente non vogliono ripetere la figuraccia di del ritiro frettoloso ordinato da Biden (ma propiziato in precedenza dallo stesso Trump) dall’Afghanistan nell’agosto del 2021. Anche Trump lo farà anche se ha preteso, in cambio, un accordo con Kiev sullo sfruttamento delle terre rare sul territorio ucraino.

Anche per questo è incomprensibile la fretta e la misura con cui alcuni europei (soprattutto i nordici, i baltici e la Polonia) vorrebbero costruire una completa difesa europea senza gli americani, già dati per persi.

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Quella fretta e quella misura implicano una nuova spesa pubblica per armi gigantesca, fino al 5% del PIL (come sparato da Trump). Come si finanzierebbe questa nuova spesa? Non c’è una soluzione indolore: i governi europei devono o aumentarere le tasse o tagliare i servizi e la spesa sociale (il che è impensabile) oppure aumentare i debiti pubblici a carico delle prossime generazioni. Il che, oltre che immorale, sarebbe del tutto insostenibile, specie per l’Italia, dove il debito pubblico (grazie a bonus e superbonus) è già al 135% circa del PIL.

Viene il sospetto che la presunta emergenza di sicurezza (la minaccia russa) sia un pretesto per qualcuno di provocare una nuova ondata di spesa pubblica – che si aggiungerebbe a quella per l’emergenza climatica e a quella legata all’epidemia Covid. Oramai il meccanismo è chiaro: si dichiara un’emergenza e ogni spesa diventa necessaria e urgente. Anzi, persino ogni diritto di libertà, in primis quella di espressione – e persino quella di movimento (Covid docet) può diventare sospendibile.

Ci sarebbe un’altra strada meno frettolosa, più economica e più graduale sulla quale prima o poi gli europei dovranno convenire. E’ possibile ancora, infatti, un accordo tra gli europei e gli Usa di Trump perché, in cambio di un più modesto aumento delle spese militari, gli Usa continuino a garantire per il futuro prevedibile l’ombrello della Nato sull’Europa intera. Egli non ha mai affermato – come frettolosamente affermano certi leader e commentatori europei (soprattutto di sinistra) di voler uscire dalla Nato. Ha solo invitato gli europei a riequilibrare gli oneri e le spese nella Nato. Dare per scontata e per già consumata la fine dell’Alleanza Atlantica è una fake news interessata di chi, soprattutto a sinistra, per ragioni ideologiche e di politica interna, o perché interessato ad un riarmo frettoloso dell’Europa, vuole che sia così fingendo che sia già così.

Questa strada darebbe il tempo e i modi agli europei per organizzare, nei tempi necessari, un “sistema integrato di difesa europea” simile a quello della Nato. Per ora nella Nato, ma in prospettiva autonoma dalla Nato. Ciò richiederebbe la costruzione di meccanismi di coordinamento e comunicazione intra-europei autonomi e, più che un acquisti massiccio e immediato di nuove armi, soprattutto una omogeneizzazione fra le forze armate dei paesi europei che oggi hanno sistemi d’arma troppo diversi e apparati poco comunicanti tra loro.

E’ la via più razionale, più economica e più ragionevole. E’ molto probabile quindi che i governi europei decideranno, forse sin dal prossimo vertice di Bruxelles del 6 marzo, un limitato fondo comune per l’incremento di spese solo quanto basti (forse fino a un 2,5%) a tacitare Trump. All’Europa, più che una cornucopia di nuove armi, servono nuove teste.

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