Blasfema la politica che “usa” la Bibbia ma dimentica che Dio è amore per tutti




Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, “benedetto” dai tele-predicatori del neocostituito “Ufficio della fede”, l’8 febbraio scorso, in un post tratto dal profilo X della Casa Bianca – foto Ansa

Qualche mese fa Donald Trump si è fatto sponsor di una speciale edizione della Bibbia fregiata della scritta “Dio benedica gli Usa”. «Molti di voi non l’hanno mai letta – dichiarò in appoggio al lancio di quell’edizione, per altro sollevando il legittimo dubbio se egli l’avesse letta –. La religione e il cristianesimo sono le cose più grandi che mancano in questo Paese, e credo davvero che dobbiamo riprenderceli indietro e dobbiamo farlo in fretta».

In quei giorni era una strategia difensiva e una mossa elettoralistica tese a conquistare il consenso di un elettorato allora ancora dubbioso sulle virtù cristiane del candidato. Oggi, a pochi giorni dalla istituzione alla Casa Bianca di un “Ufficio per la fede” diretto dalla predicatrice Paula White, l’immagine di Trump con la Bibbia o del presidente raccolto in preghiera mentre viene benedetto dai pastori evangelical del neocostituito “Ufficio della fede” diventano l’icona di un programma che adotta simboli e linguaggi politici.

Dilazione debiti

Saldo e stralcio

 

L’uso politico della Bibbia non è una novità, anche se nel caso di Trump ci pare si superi la soglia della strumentalizzazione per arrivare a una trivializzazione del testo sacro, al quale si ricorre per garantire un’aura religiosa alla propria azione politica: ad esempio, quando si è definito “facitore di pace” per avere proposto un bizzarro piano di riconversione turistica della Striscia di Gaza, o quando ha dichiarato che Dio lo ha risparmiato dall’attentato del 13 luglio perché potesse compiere la sua missione di redentore di un’America secolarizzata e decaduta. E così, se Elon Musk rappresenta l’anima tecnocratica della nuova amministrazione insediata alla Casa Bianca, Paula White sarà il suo contrappeso “spirituale”.

Ed è del tutto normale che in un Paese di solide tradizioni cristiane come gli Stati Uniti si faccia appello alla Bibbia come fonte in grado di generare idee e programmi di tipo anche politico. Avevano la Bibbia in mano i padri pellegrini che nel XVII secolo, fuggendo dalle persecuzioni religiose subite in Europa, dettero vita a un “sacro esperimento” coloniale; avevano la Bibbia in mano Roger Williams e William Penn che nelle loro colonie, superando i rigidi pregiudizi del tempo, accolsero profughi di ogni religione. Erano mossi dalle pagine bibliche sull’amore universale di Cristo e la chiamata alla libertà evangelica i pastori e i laici che rischiando la vita organizzavano la underground railway attraverso la quale migliaia di schiavi riuscivano a fuggire dalle piantagioni del Sud degli Stati Uniti e trovavano rifugio nel Nord del Paese o in Canada. Quanto ai leader del civil rights movement che negli anni ’50 e ’60 scosse l’America, si diceva che marciavano con la Costituzione in una mano e la Bibbia nell’altra. Anni fa si dichiararono “santuario” – secondo la tradizione biblica della inviolabilità di alcuni luoghi sacri – centinaia di chiese che davano rifugio a migranti in fuga dalle dittature centroamericane. Ed oggi, si sono dati un nome biblico – i Samaritani – gruppi di cristiani che operano lungo la frontiera tra Usa e Messico per soccorrere i migranti di passaggio che arrivano disidratati, laceri ed esausti dopo ore di cammino nel deserto.

La questione, allora, non è se la Bibbia possa avere un’incidenza nella costruzione di un progetto politico perché la risposta è evidentemente affermativa. Ma, detto questo, bisogna essere consapevoli dei limiti e dei rischi di questo processo. Il primo: la Bibbia non è e non può ridursi a una piattaforma politica o a un codice penale, non è un manuale di leadership carismatica né il codice di un giudice. Ogni tentativo di trasformare la Bibbia in un condensato morale, prescrittivo di norme e leggi universali è una violenza sul testo e sul messaggio che, nell’Antico come nel Nuovo Testamento, è soprattutto la storia di una vocazione rivolta da Dio a uomini e donne che sono liberi di accoglierla e di interpretarla.

Il secondo è che il messaggio biblico ha un tema centrale che non può essere eluso, quello dell’amore di Dio per i suoi figli, le sue figlie e il creato. Nella storia si è fatto un uso politico e blasfemo della Bibbia, giustificando lo “sviluppo separato”, l’apartheid sudafricano o il commercio degli schiavi. I “teologi della prosperità” insediati alla Casa Bianca oggi predicano una fede che si traduce in benedizioni e ricchezze materiali e un nazionalismo cristiano che ignora il pluralismo all’origine della società americana e invocano una deportazione di migranti che nulla ha a che fare con la logica della carità.

La Bibbia è un libro da maneggiare con cura, da studiare ed interpretare con rigore, dal quale farsi interrogare e, in un certo senso, lasciarsi giudicare e farsi convertire. Spesso non dà riposte nette e definitive, ed anzi ci pone delle domande. In genere chi fa politica non ama niente di tutto questo – ce ne faremo una ragione – ma allora, in mancanza di tempo e disponibilità d’animo, piuttosto che fare scempio della Bibbia, meglio riporla in un cassetto.

Politologo, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma





Source link

Contributi e agevolazioni

per le imprese

 

***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****

Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link

Source link