Erano più di sei anni che il Parlamento non nominava giudici costituzionali. L’ultimo, nell’estate 2018, è stato il costituzionalista Luca Antonini, eletto con i voti di Lega ed M5s (freschi vincitori alle urne) ma anche di FI e FdI, all’opposizione. È andato allora a ricoprire un seggio lasciato vacante per venti mesi da Giuseppe Frigo (giurista di area centrodestra) ed è appena diventato uno dei due vicepresidenti della Consulta.
L’altro è Francesco Viganò, penalista accademico di area centrosinistra, designato nel 2017 dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella (ex giudice costituzionale in quota parlamentare), al termine della legislatura dominata dal Pd. La Corte ha intanto scelto come suo presidente Giovanni Amoruso, magistrato ordinario designato dalla Corte di Cassazione, lui pure in carica del 2017.
I quattro giudici eletti ieri dalle Camere in seduta comune rappresentano un quasi-plenum della riserva parlamentare di un terzo dei 15 membri della Corte (cinque ne spettano al Quirinale e altri cinque alle diverse magistrature ordinarie e amministrative). Tre vanno a reintegrare seggi vacanti dallo scorso novembre, uno a ricoprire una vacanza di 15 mesi (Francesco Saverio Marini, costituzionalista autore del progetto di premierato e candidato direttamente dalla premier Giorgia Meloni, ha dovuto attendere dodici votazioni).
Roberto Cassinelli è un avvocato con un’esperienza di senatore per il centrodestra. Massimo Luciani, ex presidente dell’Associazione italiana costituzionalisti, è stato indicato dal Pd e – raccogliendo un consenso bipartisan per legge – ha ricevuto sostegno anche da altre forze di opposizione. Maria Alessandra Sandulli, giurista figlia di un ex presidente della Consulta a suo tempo vicino alla Dc, è stata eletta col profilo di tecnico indipendente.
Il completamento del collegio – ultimamente sollecitato anche dal Quirinale – sembra presentarsi come premessa istituzionale importante per una fase nuova e delicata. Il ruolo della Consulta è divenuto sempre più cruciale nella vita politica italiana, chiamato a dirimere questioni di primo livello che contrappongono sempre più spesso i tre poteri dello Stato. E sempre più di frequente ciò avviene in una cornice polemica, allorché la Corte, assieme al Quirinale e all’ordine giudiziario, svolge un ruolo di “contropotere” di Parlamento e governo. A maggior ragione da quando la maggioranza parlamentare eletta è di destra-centro.
Il reintegro della componente parlamentare della Consulta – espressione più diretta della sovranità democratica popolare – si accompagna ora a un riequilibrio aderente a un esito elettorale ormai datato da più di due anni, a sua volta a chiusura di un decennio di democrazia parlamentare per molte ragioni imperfetta. La Consulta sembra ora nelle condizioni di operare maggiormente al riparo da sospetti e critiche di “non terzietà”, vengano essi dalla maggioranza o dall’opposizione.
Sarà intanto interessante vedere se la Corte rimpastata potrà germinare riflessioni sulla possibile riforma di un organo costituzionale praticamente immutato nella sua fisionomia dalla sua nascita, settant’anni fa. La pubblicità di eventuali “opinioni dissenzienti” su singole sentenze sembra profilarsi come primo banco di prova.
Per coincidenza, a poche ore dalle nomine alla Consulta è stato annunciato che il nuovo vertice dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) sarà ricevuto dalla presidente del Consiglio il 5 marzo: salvo colpi di scena, quindi, dopo lo sciopero indetto da giudici e pm per il 27 febbraio contro il progetto di riforma della giustizia. Il neo-presidente Cesare Parodi – procuratore aggiunto a Torino – appartiene a Magistratura indipendente, la corrente moderata che ha ricevuto più voti alle elezioni Anm di due settimane fa. Ha esordito con toni cautamente aperti al confronto con il potere politico, pur confermando la contrarietà dei magistrati alla riforma Nordio (in particolare alla separazione delle carriere) e la necessità dello sciopero.
Parodi è peraltro entrato in carica in un momento incandescente: mentre deflagrava il “caso Lo Voi”, quando la Procura di Roma ha inviato una comunicazione giudiziaria alla premier e ai ministri dell’Interno e della Giustizia su un delicato dossier geopolitico (il rimpatrio del miliziano libico Almasri con il salto di qualità del coinvolgimento della Corte penale internazionale).
In queste ore concitate si è appreso che Lo Voi – sul cui caso la Procura di Perugia ha aperto un fascicolo per ora senza indagati – è stato convocato in parlamento dal Copasir. Un altro momento apparente della laboriosa ricerca di un “cessate il fuoco” fra politica e magistratura, i cui conflitti sembrano ormai difficilmente gestibili anche dai poteri costituzionali di garanzia di Mattarella, presidente del Csm.
Per un vero armistizio – se non per un “trattato di pace” – i tempi si preannunciano tuttavia lunghi almeno quanto quelli prevedibili per una vera pace fra Ucraina e Russia. Che sono in guerra aperta da una decina d’anni, mentre in Italia politici e magistrati lo sono da più di trenta. Di fatto dalla caduta del Muro di Berlino, all’alba di un’era che in queste settimane sembra avviata alla conclusione.
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