Mentre l’Ue si appresta a stemperare il Green Deal nel Clean Industry Act in Italia è guerra aperta tra due rami della grande industria
Due scenari: quello ampio di sistema e quello di settore, con la crisi automotive che morde Stellantis e rende Cassino Plant il fantasma di se stesso. Che per effetto domino di risacche macroeconomiche potrebbe spingere, ad esempio, i lavoratori della De Vizia Transfer a migrare in area romana se vogliono tenersi il lavoro. Due scenari che in eziologia sono stati analizzati, masticati e sezionati all’inverosimile.
Eppure pochi sembrano essersi accorti della fetta più importante di questa torta amarissima. Che non sta solo nell’involuzione del mercato e nella sofferenza dell’elettrico con annesso scacchiere geopolitico, ma in una parola sola. Anzi due: energia, cioè costi dell’energia.
Slitta il decreto
la cronaca è di queste ore. Slitta il decreto bollette. Il Consiglio dei Ministri di questa mattina è stato rinviato a venerdì: avrebbe dovuto varare gli aiuti a famiglie e imprese contro il caro-energia. Alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni non è piaciuta la bozza arrivata sul suo tavolo: non si è fatto abbastanza, è la strigliata ai ministri, per la premier servono misure “più efficaci“.
Sulle bollette il lavoro dei tecnici dei ministeri dell’Economia e dell’Ambiente, guidati da Giancarlo Giorgetti e Gilberto Pichetto, è proseguito per tutta la giornata di ieri per mettere a punto le misure. Nonostante le indiscrezioni di un possibile rinvio circolate lunedì mattinata, all’ora di pranzo tutto sembrava ben avviato, con gli Uffici Stampa pronti a preparare slide e comunicati. Ma nel pomeriggio ha preso forma lo slittamento: la riunione in programma oggi alle 9 slitta al 28. E sul tavolo ci sarà anche il disegno di legge delega sul nucleare.
Dietro il rinvio c’è la decisione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: che ha ritenuto “non soddisfacente” la bozza predisposta dalle amministrazioni per affrontare il caro energia. Di qui la richiesta di “approfondire” ulteriori misure e la decisione di rinviare il CdM: l’obiettivo della premier è dare una risposta “più efficace” a famiglie e imprese, con una particolare attenzione ai soggetti più vulnerabili.
Un miliardino in più
Il nodo non sarebbero le risorse ma la necessità di uno sforzo maggiore sulle norme, mantenendo le coperture individuate. Le misure messe a punto finora dovrebbero valere per sei mesi, con uno sforzo economico di 2,8 – 3 miliardi. Da una parte guarda ai clienti vulnerabili, con un’estensione della platea del ‘bonus sociale’. Sull’altro fronte, si lavora per trovare un sollievo per le imprese, comprese quelle energivore. Far camminare gli impianti del vetro che a Roccasecca fanno i finestrini, i parabrezza ed i lunotti per le auto costa un rene; ad Anagni SaxaGres si salva solo perché produce un prodotto in esclusiva mondiale del quale ha il brevetto. Il comparto Ceramica, Vetro, Acciaio rischia di sparire in maniera definitiva dall’Italia.
Il Governo punta a recuperare 600 milioni dalle aste Ets (Emission trading system, la tassa sulle emissioni di Co2), per sostenere le aziende energivore ma anche le Pmi. Allo studio ci sarebbero anche una riduzione del differenziale tra il costo del gas sul mercato di riferimento europeo e quello sul mercato all’ingrosso italiano oltre ad una norma sul rinnovo o il prolungamento delle concessioni idroelettriche. Cresce intanto la preoccupazione delle associazioni dei consumatori e delle piccole imprese. Per le aziende del terziario la bolletta elettrica di gennaio registra una crescita media del 24% rispetto a gennaio 2024 e del 56,5% rispetto al 2019, avverte Confcommercio che chiede di intervenire sugli oneri di sistema e il disaccoppiamento tra il prezzo dell’elettricità e quello del gas.
Il decreto deve contenere “un robusto intervento per le pmi“, incalza la Cna, ricordando che che le Pmi “pagano l’energia il 40% in più della media europea con punte del 60% e del 50% rispetto a Spagna e Francia“.
Il ministro che alla fine lo ha detto
A sollevare il problema ci aveva pensato un’affermazione molto mainstream ma non priva di una certa dirompenza del ministro Gilberto Pichetto Fratin. In buona sostanza non esclude affatto che, ove si arrivasse ad una pace tra Mosca e Kiev, noi di Roma si possa tornare a prenderci il gas russo e cassare la nave di guai energetici su cui navighiamo da due anni e mezzo. Il che rende un po’ epilettica la linea del Governo: partecipa a tavoli nei quali si dice che come Europa dobbiamo realizzare l’autonomia energetica per non dipendere più né da Russia, né da Usa, né d Cina. Dall’altro dice che però se finisce la guerra si può riprendere a commerciare alla luce del sole.
A la Stampa il titolare dell’Ambiente aveva ammesso: “Da un punto di vista economico determinerebbe sicuramente un effetto positivo”. Sì, ma cosa c’è dietro questo azzardo dialettico? Pare non solo una necessità impellente, ma il fatto che quell’impellenza si stia significando, in Italia, in una “guerra” tutta inside a Confindustria.
Tra chi? Tra chi l’energia la produce e la vende e chi la stessa energia la compra per produrre e vedere altro, un altro che fa buona parte del nostro Pil. Tutto questo con il Governo che, essendo in parte controllore pubblico di chi produce energia ed in parte garante di chi con quell’energia ci deve fatturare sta messo come il pianista nel saloon dove stanno per sparare due ceffi svelti ad estrarre.
Cassino Plant e il nuovo stop
Lo scenario di fondo è poi di quelli ovvi, e mesti. L’Italia è in recessione industriale e, tanto per fare un esempio nostrano, a Piedimonte San Germano il 24 febbraio non si rientrerà affatto al lavoro.
E Stellantis ha comunicato uno stop produttivo, l’ennesimo, fino al 7 marzo per montaggio e collegati. Ma adesso la prospettiva è un’altra: non solo non c’è mercato, ma provare a rinvigorirlo costa troppo. La “guerra tra capitalisti” descritta lunedì da Federico Fubini sul Corsera è su questo scenario. “Da un lato gli importatori, produttori e distributori di energia (spesso controllati dal settore pubblico, attivi in mercati locali a bassa intensità di concorrenza)”. Dall’altro “i produttori ed esportatori di ceramiche, acciaio e mezzi in acciaio o alluminio, carta, chimica, cemento e molti altri”.
E attenzione, si tratta di “privati, attivi in mercati globali ad alta intensità concorrenza che hanno bisogno di quell’energia per vivere”. E sì, i produttori Italiani di quel che più giova al Pil italiano “pagano i prezzi più alti d’Europa”.
Mi compro una pagina e te le canto
Esemplare il caso delle acciaierie Arvedi. Il board ha comprato una pagina di pubblicità sui maggiori quotidiani italiani ed ha fatto la domanda delle cento pistole quella che fa sudare la collottola del governo-pianista. “Perché in Italia l’energia costa il doppio rispetto alla media europea?”.
Inutile dire che a questo punto dalle parti del team di Giorgia Meloni sono cominciati a scorrere di classici sudori freddi. E per un motivo semplice: la premier rappresenta un’istituzione azionista di riferimento di imprese. Società che operano in aree ad alto tasso strategico ed i cui dividendi stellari, per quota versata, servono “per far quadrare i conti dello Stato”.
Ci sarebbe poi un particolare due, decisamente poco trascurabile: “Il governo ha anche un ruolo di legislatore e arbitro a tutela di tutti. Il suo crescente presidio nel mercato, sullo sfondo di tensioni geopolitiche crescenti, di sicuro dà ad alcuni una sensazione di sicurezza e controllo”.
La zappa sui piedi: grossa
Tutto bene dunque? No, affatto, perché in un clima di recessione industriale se non intervieni a calmierare i costi dell’energia per le energivore ti dai sui piedi una zappa grossa così. Ed è zappa anche politica, a contare che ti stai mettendo contro un “cartello” di titani. Gente che si è data il nome di “Tavolo della domanda”.
Gente come Federchimica, i cementieri di Assobeton, Federacciai, Confindustria ceramica, Assocarta, Assovetro, i proprietari di fonderie di Assofond, i produttori di metalli di Assomet, più un coordinamento di piccole e medie imprese in tutt’Italia.
Tutti industriali che “si sono scagliati contro Elettricità Futura. C’è solo una flebile speranza che l’Esecutivo può coltivare, come al solito in conto terzi. Quella per cui in questi giorni è atteso il disegno di legge del “Clean Industry Act” della Commissione europea.
Cioè dell’atto normativo che dovrebbe stemperare i toni troppo draconiani del Green Deal e creare varchi normativi di respiro per chi oggi è strozzato. Ma è poco, anche a contare che un legiferato Ue non ha certo l’impatto, per timing ed efficacia, di un intervento diretto sui costi dell’energia. Fubini spiega che “per ridurre i costi dell’energia si è disposti, a Bruxelles, a tollerare indirettamente nuovi i sussidi o almeno si invitano i governi ad ‘abbassare le tasse sull’elettricità alle soglie minime legali e a eliminare prelievi che finanziano politiche non collegate all’energia’ (da noi, buona parte della bolletta)”.
Pagare il doppio della concorrenza
Quindi ci si trova in buona sostanza di fronte ad un giro largo per rendere obbligatorio quello che è già oggi opportuno.
Solo che il governo italiano non è quello tedesco, e la sola idea di detassare l’elettricità per noi che abbiamo un debito pubblico assassino è improponibile.
Il sunto è mesto e per certi versi ineluttabile: “Le imprese italiane rischiano di pagare l’energia il doppio delle loro concorrenti tedesche, non un terzo di più come ora. Per loro stare sul mercato sarà ancora più duro, dopo un crollo della produzione industriale del 7,1% in un anno concentrato nei settori a maggiore intensità di consumi energetici”. Tutto questo “mentre i fornitori di gas e elettricità vanno invece a gonfie vele”.
E tra i mari calmi di chi produce energia e quelli procellosi di chi l’energia la deve usare? Ecco, lì nel mezzo di due scenari e con la giacca tirata allo stremo, ci sta Giorgia Meloni con il suo governo.
Le vite di noi altri
E dietro di lei, come sempre molto poco in vista, ci siamo noi. Perché quello che accade nel mondo della produzione è quello che si riverbera maggiormente sulle nostre vite di “laqualunque”.
Di inerti spettatori lasciati allo sbando mentre i grandi decisori muovono pezzi sulla scacchiera. Ma forse questo lo hanno capito ancor troppo in pochi.
(Foto di copertina © DepositPhotos.com).
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